Punti dolenti

Non trovo pace, e quando non trovo pace devo correre o scrivere. Oggi non corro perché il mio sartorio sinistro è di nuovo infiammato. Io continuo a chiamarlo “sertorio”, ma non esiste un tendine con questo nome. Si chiama sartorio, mi spiegava ieri seria la mia amica radiologa in trasferta da Roma a New York mentre mangiavamo un piatto tibetano a Jackson Heights (è il quartiere del Queens che confina con Astoria), perché è quello che il sarto torce quando accavalla le gambe mentre cuce. Ah!

L’antinfiammatorio sta facendo effetto ma mi concedo ancora un giorno senza corsa, un giorno senza forma. A meno che io non riesca a leggere i 4 canti della Faerie Queene e la massa di saggi previsti per domani. Dubito. O a finire una traduzione che langue sulla mia scrivania da una settimana. O a finire le revisioni di un saggio che ho scritto mentre ero in Texas nell’ottobre del 2012. Dubito.

Ora scrivo, va’. Scrivo di una giornata strana, quasi surreale, in cui sono riuscita a sentire discorsi di questo tenore: “Era nera o bianca?”, “Nera”, “Allora, un nero di meno sulla faccia della terra…” Si parlava della donna uccisa a Washington giovedì scorso. Poi sono arrivati i discorsi su Obama, mai chiamato per nome, ma sempre “il nostro presidente nero”, anzi “quel presidente nero che abbiamo”, perché davvero non lo considerano il proprio presidente, ma il presidente dei neri, che “da quando lui è stato rieletto camminano con la testa alta come se il paese fosse loro”. Finché qualcuno non ha amaramente constatato che nell’ospedale di zona lavorano troppi medici indiani, che si sono fatti smart (e ora spiegatemi cosa c’è di minaccioso nell’essere un bravo medico indiano). Infine: Jackson Heights non è un posto da frequentare.

Tutto questo (e altro!) io l’ho sentito in un solo giorno, anzi nel giro di un paio d’ore. Veniva tutto dai miei parenti, immigrati a New York nel 1966. E non il fatto che siano parenti miei mi ha fatto soffrire, ma il fatto che fossero italiani, immigrati che non vogliono altri immigrati, che credono che la loro sofferenza di 40 anni fa dia loro il diritto di appropriarsi di una terra dove altri non possono reclamare gli stessi privilegi, privilegi che con il tempo e il duro lavoro sono stati loro concessi. Non importa se questi “altri” fossero già qua (i neri), o che siano persone capaci (i medici indiani), o che abbiano un’altissima statura morale.

Mi ci è voluto del tempo per condividere queste poche righe, diversi giorni per metabolizzare la mia rabbia e trasformarla in qualcos’altro. Se io fossi nera o cinese (se fossi musulmana, forget about it!) questa gente, la mia gente, mi disprezzerebbe, probabilmente mi odierebbe. Non so dire se provo ancora quel dolore e quella rabbia. Tutte cose che sapevo, in fondo. E avevo già conosciuto le famose contraddizioni di questo paese. Neanche il tendine fa male adesso, vado a correre. E stasera torno a Jackson Heights, all’intersezione tra Roosevelt Boulevard e la 74esima, l’incrocio più profumato di lingue e culture nella zona ovest del Queens.

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