Enrico

Se Nino Andreatta lo ha guardato, da qualunque posto egli si trovi ora, avrà sorriso compiaciuto. Lo si può persino immaginare, con quell’aria bonaria, osservare uno dei suoi allievi, forse il migliore che abbia mai avuto, raggiungere lo scopo che mille altre individui avevano tentato e non erano riusciti.

Ha sempre masticato pane e politica, il buon Enrico, enfant prodige della nostra classe dirigente, già ministro delle Politiche Comunitarie a 32 anni quando noi comuni mortali – a quell’età – ancora annaspiamo nel sottobosco degli impiegati, se non ancora in piena gavetta, o peggio ancora un lavoro lo cerchiamo.

Enrico no: a casa sua si studia, si media, si fa politica.

Sa bene, ad Aprile, quando Giorgio Napolitano lo chiama alla massima carica esecutiva che un under 50 può aspirare di ricoprire nel nostro Paese che non sarà certo una passeggiata e tanti saranno gli ostacoli. Ma da perfetto democristiano, forse dovremmo dire popolare, dato che la DC finì prima che lui si laureasse, ha cominciato a tessere la tela del ragno, indifferente a qualunque bordata di vento arrivi a Palazzo Chigi.

Come zio Giulio, così chiamava Andreotti da bambino quando veniva a Roma per trovare lo zio Gianni, Enrico comincia a lavorare senza sosta, tessendo relazioni su relazioni: da Washington a Londra, da Parigi a Berlino.

Nel discorso di insediamento alla Camera dei Deputati fa un discorso di così alto livello che molti osservatori pensano che si tratti del solito libro dei sogni, farcito di voli pindarici e propositi irrealizzabili. Al Fatto lo chiamano Nipote, riprendendo un epiteto lanciato da Grillo, o forse il contrario, tanto ormai non si capisce più nulla tra il Movimento Cinque Stelle e l’house organ ufficiale. Non se ne cura: che sia nipote mi sembra ovvio, risponde allargando le braccia.

Il leader del Movimento lo chiama Findus, forse ha percepito che ha di fronte un uomo algido, freddo, calcolatore. Enrico in realtà durante il suo primo discorso compie un gesto raro in politica. Ben prima di ringraziare – come di prassi – il Colle per l’incarico ricevuto, rende omaggio all’amico Pierluigi, uscito non vincitore dalle elezioni e arrogantemente trattato dal duo Crimi-Lombardi in streaming, che soltanto la buona educazione dell’ex leader PD ha impedito venissero mandati a quel paese in diretta televisiva.

Comincia a lavorare soprattutto girando l’Europa. In Italia poca roba, sa che governare in quelle condizioni politiche è difficile. Ma lui è allievo di Andreatta e sa bene che la Politica è un’arte che bisogna saperla maneggiare, quando far filtrare qualcosa e quando stare zitti.

Così in breve il suo diventa il Governo delle Lunghe Attese, il Governo dei rinvii. A nulla ovviamente potranno mai valere i pochi provvedimenti varati, secondo la solita vecchia legge della comunicazione che vuole che si vedano sempre le magagne e mai le cose positive.

Ma Enrico non si perde d’animo e tesse la sua tela. Sa bene che ha il partito mezzo contro, che è riluttante a dover governare con Berlusconi e i suoi. Concede a Berlusconi lo scalpo dell’IMU, si carica delle critiche interne di Renzi (qualcosa del programma del PD lo vogliamo fare?) ma continua a tessere la sua tela.

Nessuno riesce a capire dove vuole arrivare e che scopo abbia passare l’estate con un governo di fortissima maggioranza parlamentare, paralizzato dai veti incrociati.

Ma in realtà Enrico sa bene che l’esecutivo non è mica paralizzato soltanto dai veti: tutto il mondo politico attende la sentenza della Corte di Cassazione.

Nel frattempo la statura internazionale cresce: al G8/G20 fa il suo ingresso nel contesto mondiale che conta, fra Obama, Merkel, Hollande, Cameron, Putin. Tiene duro sulla crisi siriana, sapendo che non avrebbe la forza né parlamentare né del proprio partito per sobbarcarsi un’impresa militare.

Intanto la sua tela è sempre più fitta, tesse e tesse, di notte e di giorno. Fa poca vacanza, a cavallo del proprio compleanno ad agosto, a casa dei suoi, dove ha fatto montare una di quelle piscine da giardino che si comprano per meno di cento euro nei negozi di bricolage. Un Presidente del Consiglio così poco mediatico era da tempo che non se ne vedevano: tutta tattica, pura tattica.

Arriva settembre: qualche provvedimento varato e poi la massima consacrazione internazionale, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prima e il gotha della finanza a Wall Street poi. Parla a braccio con gli investitori internazionali, chiede fiducia per il nostro Paese e il suo Governo.

Nel frattempo dall’altro lato dello Stagno l’ex avversario ora alleato B. comincia a sparare alzo zero contro tutto e tutti. Non accetta la condanna, cerca il pretesto per far saltare il tavolo. Enrico non risponde da New York, non subito. Non è il momento. Poi in un mercoledì surreale B. impone le dimissioni di tutti i Parlamentari. Il Colle s’irrita di brutto, verga un comunicato di rara durezza, ribadendo le ragioni dello stato di diritto.

Enrico a New York ha la conferenza stampa conclusiva del suo viaggio americano: ha un furia algida, fredda, precisa, chirurgica, invidiabile da chi – come chi scrive – quando va su tutte le furie spacca mezzo mondo.

Enrico no.

Comincia lì – a Manhattan – il capolavoro politico del Presidente del Consiglio più giovane che l’Italia abbia mai avuto. Tiene il punto, impone scelte chiare, con molta fermezza osserva che si tratta di gesti irresponsabili che vanno contro il Paese e per gli interessi di una sola persona. Comprensibile che sia incazzato perché deve decadere e andare in galera, è la sostanza del discorso, ma il Paese è altra cosa.

L’indomani incontra il Capo dello Stato, non prima – spiritosamente informa – di essersi fatto una doccia, battuta molto sofisticata ma ben assestata verso chi è arrivato a sostenere che a sinistra addirittura puzzano perché non si lavano a sufficienza. Al Presidente ribadisce il suo intento di volere un chiarimento preciso e netto, duro e fermo, sulle intenzioni del partito di B.

Poi scende a Palazzo Chigi e presiede una riunione, che dire infuocata è dir poco, del Consiglio dei Ministri: chissà se da quelle finestre che si affacciano su Piazza Colonna e Via del Corso si siano sentite le urla che sono volate.

Impone alla squadra di governo – di fatto – di sospendere qualunque provvedimento economico, anche a costo dell’aumento di un punto di IVA.

Prendere o lasciare, l’offerta che farà al Parlamento.

Nel frattempo siamo al fine settimana e con una mossa irresponsabile B. chiede ai ministri le dimissioni per provocare la crisi di governo.

Enrico – freddo – scrive prima un tweet e poi un comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio di fuoco. Accusa B. di essere folle, di voler giocare allo sfascio. Il giorno dopo, domenica, sale di nuovo al Colle, concorda il percorso di guerra in Parlamento e va da Fabio Fazio in TV a spiegare agli italiani che quel comunicato di B., nel quale la fiducia al Governo si toglie per l’IVA, è una solenne cavolata e che la ragione è la mancanza di separazione fra gli interessi personali di B. e quelli del Paese.

Con quell’aria sempre più smagrita – forse dovrebbe mangiare un po’ di più a Palazzo Chigi – guarda la telecamera e sfida i gruppi del PDL a emanciparsi dal padrone. Capisce le ragioni di paura, rabbia, che il PDL e il suo leader possano avere ma in uno stato di diritto le sentenze si rispettano e si applicano, risponde al conduttore, aggiungendo infine – da consumato politico – che i lavori della Giunta per le Elezioni sono una cosa, un’altra è l’azione di Governo e di risanamento dei conti pubblici.

Ad Arcore sono spiazzati: mai si immaginavano Enrico così duro e fermo. Forse avevano anche loro letto troppe volte il Fatto e il blog di Grillo e poco la biografia di questo giovane predestinato.

L’indomani è il giorno della registrazione telefonica: i rumors che volevano B. sempre più in rotta di collisione con il Presidente Napolitano si fanno certezze dopo una delirante e diffamante telefonata. A B. mettono il dubbio che il Colle si sia messo a brigare contro di lui per far aumentare di 200 milioni la sanzioni a favore di De Benedetti. Forse è l’istante in cui i giovani del PDL comprendono che è il momento di emanciparsi e non si può né essere diversamente berlusconiani, come incredibilmente Angelino Alfano aveva detto sabato pomeriggio, né si può morire per un uomo che  ormai non ci sta più con la testa, peraltro circondato da un inner circle sempre più estremista.

Cominciano a volare gli stracci dentro il partito di B. mentre Enrico – per tutta la giornata di martedì – apre e chiude le porte delle sue stanze a Palazzo Chigi, spiegando anche allo zio Gianni che indietro non si torna. E mentre la stampa osserva – fra il divertito e il disperato – la scena del vigilante Rai (on. Fico) che occupa la vigilata Rai, sempre per sottolineare l’inutilità parlamentare del Movimento autodefinitosi dei cittadini e delle parti sociali, mentre tutto il mondo industriale e sindacale chiede a gran voce che nel PDL si liberino finalmente di questo padrone e costruiscano una destra moderna, Enrico sale e scende dal Colle per limare la strategia.

Nel frattempo si sta consumando, nemmeno un chilometro più in là, a Palazzo Grazioli, proprio di fronte un altro Palazzo, il Venezia, dove il 25 luglio 1943 vi fu un altro e ben più drammatico (per l’Italia in guerra) evento, un parricidio: è consistente il numero dei senatori che non ci sta a seguire la strategia del fondatore, sufficiente per dare al Governo la fiducia.

Enrico capisce che è il momento.

Alle 20.20 di martedì sera, un secco comunicato stampa di Palazzo Chigi informa che il Premier ha respinto le dimissioni di tutti e cinque i ministri.

Il parricidio si è consumato.

È mercoledì: al Senato Enrico – dopo i ringraziamenti e gli omaggi di rito al Colle – certifica la fine del centrodestra per come lo abbiamo conosciuto. Le sentenze si rispettano e si applicano, ripete. Stop.

Il resto è lo psicodramma non tanto di un partito ma di un uomo malato, incapace ormai di intendere e di volere, in preda probabilmente al panico, fomentato da un gruppo ristretto di individui che lo ha spremuto e lo vorrebbe continuare a spremere.

Enrico lo capisce e nemmeno affonda la lama, lascia che faccia tutto da solo. Soltanto uno stolto, uno che ha bisogno di trovare sempre un nemico, un complotto, una dietrologia, può pensare che dietro quel labiale ci sia ammirazione e non una enorme presa per i fondelli. Chiunque attorno al sottoscritto, davanti a quella notizia, ha esclamato “grande!” e nessuno ammirava B. Ma troppo esilarante – televisivamente parlando – era quella fiducia data al Governo dopo mille giravolte.

È come quando si sta in teatro e il colpo di scena avviene: lo stupore prende nei più svariati modi, persino ammirando la comicità dell’avversario come in questo caso.

Passa qualche ora ed Enrico va a Montecitorio.

Mette subito in chiaro quello che su Twitter già si era calcolato, conti alla mano, e cioè che B. è ininfluente: i suoi voti non contano e adesso la maggioranza è diversa. Più stretta ma più coesa.

Sono passati cinque mesi da quell’aprile, da quando Enrico accettò l’incarico, da quei drammatici giorni dove sembrava che B. fosse tornato vincitore per sempre, che lui lavora, tesse, cuce, ricuce, rammenda.

Adesso abbiamo capito finalmente qual era la tela.

È arrivato là dove non c’era riuscito nessuno prima di lui, né i giornali, né i partiti. Ha sconfitto B. con la Politica, favorendo l’emancipazione dei suoi coetanei dal padre-padrone con l’unico modo che conosce bene: serietà e fermezza.

Se un giorno Alfano e co. riusciranno a farsi veramente un partito su basi democratiche, ancorato al Partito Popolare Europeo, un partito di una destra seria e degna di questo nome, allora dovranno dire grazie anche a lui, a Enrico, che si è caricato persino gli insulti più indecenti, ma che è riuscito lì dove nessuno mai o poi mai si era sognato di relegare il Cavaliere: nell’irrilevanza.

Dopo 19 anni – finalmente – Silvio Berlusconi non conta più. Non è determinante per la maggioranza, non sta all’opposizione, non è più nulla.

È solo un pregiudicato, soltanto un uomo che deve essere accompagnato al suo posto nella nostra Storia, fra le cose più negative che il nostro Paese abbia mai vissuto.

E se ciò è avvenuto, nel giorno degli Angeli Custodi, lo dobbiamo alla freddezza e alla fermezza di questo vecchio giovane democristiano, che ha imparato l’arte e l’ha messa da parte.

Pazientemente.

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