Domenico #Quirico e quella certa idea di giornalismo

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Se il più importante blogger italiano, Beppe Grillo, uno dei maggiori influencer come si dice nel gergo della rete, e se Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano avessero l’umiltà di dedicare dieci minuti del loro preziosissimo tempo alla lettura dell’editoriale di Mario Calabresi, oggi su la Stampa, forse riuscirebbero a comprendere la complessità del mondo dell’informazione italiano, troppo spesso ridotta a meschini provincialismi.

In quelle poche righe, pronunciate dal suo corrispondente appena liberato e raccolte dal direttore del quotidiano torinese all’inizio del pezzo, sta tutta la summa di cosa sia giornalismo e perché la rete, con tutta la buona volontà di questo mondo, difficilmente potrà mai eguagliare.

È stata una terribile esperienza ma sai qual è la mia idea del giornalismo: bisogna andare dove la gente soffre e ogni tanto ci tocca soffrire come loro per fare il nostro mestiere“. Sono stupende queste parole di Quirico. A coloro che parlano sempre di stampa di regime, confondendo il loro legittimo punto di vista come la Verità, a quelli che pensano che ormai si fa tutto in rete e che le piattaforme programmatiche si stabiliscono sui blog, sui forum e sulle chat, a coloro che confondono le realtà sociali come le espressioni della gente, senza nemmeno porsi il problema che il numero di followers e di likes su una pagina FB rappresenta semplicemente una misura dell’interesse (positivo e negativo) che susciti nel mondo e non sempre un’approvazione dei contenuti che tu pubblichi, ecco a tutti questi Domenico Quirico risponde con una lezione di giornalismo. Con poche asciutte parole ricorda a tutti che se vuoi capire il perché di certi eventi, perché accade che una fetta della popolazione di un posto lontano imbracci pistole e fucili, ecco allora devi andare là.

Quante volte abbiamo letto le schifezze che sono state dette su Enzo Baldoni, il giornalista umbro rapito e ucciso in Iraq: “se l’è andata a cercare“, era forse la cosa meno polemica di altre. Quante volte abbiamo ascoltato le polemiche su Daniele Mastrogiacomo, il giornalista di Repubblica rapito in Afghanistan e probabilmente liberato dopo un riscatto pagato dal nostro governo. Quante idiozie abbiamo sentito sugli operatori di pace spesso oggetto dell’attenzione di ribelli e fazioni nei conflitti sparsi in tutto il globo. Troppo comodo parlare da una scrivania, magari da una villa sul mare e con il maestrale che rende piacevole le giornate. Troppo semplice e riduttivo additare tutta l’altra stampa a regime, soltanto perché non la pensa come te sul Capo dello Stato, sul Partito Democratico, sulle misure economiche, sulle crisi mediorientali.

E se ci stanno risparmiando – finora – le infinite polemiche che ci sono sempre sui costi di questi interventi di liberazione degli ostaggi è forse perché il provincialismo della nostra carta stampata è come ossessionato dalle nostre vicende interne. Come se fosse il centro di tutto la dialettica interna al PD, con la nuova lotta Renzi-Letta, versione aggiornata dell’infinito duello D’Alema-Veltroni che ha caratterizzato un certo periodo della nostra storia. Come se fosse l’origine di ogni pensiero se gli aperturisti pentastellati siano in numero sufficiente per un nuovo governo o se la decadenza di Silvio Berlusconi sia la ragione di essere del nostro giornalismo italiano.

Ecco, Domenico Quirico e il suo direttore, ricordano a chi ama la professione del giornalista e a chi ha questa passione, siano essi professionisti o volontari dell’informazione come i tantissimi blogger che affollano la rete, che l’unico modo per comprendere la sofferenza di molta gente è star loro vicino, capire la loro condizione, cercare di comprendere le situazioni, liberandosi dei tanti paraocchi e dei mille pregiudizi politici che spesso accompagnano i nostri dibattiti.

Quello di Quirico è il modello di giornalismo che farebbe fare il salto di qualità alla nostra informazione, per far sì che esca dal suo recinto della politica interna italiana e cominci a inserirsi all’interno del contesto globale nel quale viviamo. Ma per far ciò non basta un Domenico Quirico, così come nel passato non bastavano gli Igor Man, le Oriana Fallaci, i Vittorio Zucconi e tutti gli altri corrispondenti e inviati che ci hanno raccontato i paesi lontani con le loro corrispondenze.

Serve un salto di qualità da parte di di noi lettori che acquistiamo, scarichiamo e leggiamo i nostri giornali e che orientiamo – così facendo – le cose che preferiamo leggere. E proprio perché il finanziamento pubblico all’editoria è ormai soltanto esiguo, e per pochi attori, e la sua assenza è vessillo per il giornale diretto da Padellaro e Travaglio, che noi lettori abbiamo una grande responsabilità.

Sta a noi far comprendere di preferire il giornalismo di Quirico al gossip politico che ha contraddistinto gli ultimi decenni. È dovere di noi lettori far sì che l’informazione migliore privilegi il mondo anziché le stucchevoli vicende di un pregiudicato attorno al quale tutta l’Italia ha ballato, come in un grande e allucinato happening mediatico.

Bentornato Domenico. Speriamo tu possa tagliare presto l’erba di casa tua così potremo finalmente leggere di nuovo i tuoi racconti.

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