Si fa presto a dire scontrini

Ieri leggevo sul blog di Riccardo Liguori, giornalista di Repubblica, questo pezzo sugli scontrini alla buvette di Montecitorio. Al di là del buffo e quasi grottesco episodio raccontato da Marco Rizzo, con un parlamentare intento a fotografare gli scontrini del caffè al bar di Montecitorio, la questione degli scontrini mi conferma – ancora una volta – che il movimento pentastellato sarebbe qualcosa di interessante se rimanesse confinato ad una dimensione locale. Già una regione di grandi dimensioni è troppo e basta osservare i risultati non troppo esaltanti, se raffrontati alle aspettative ed alle promesse elettorali, conseguiti dal sindaco di Parma Pizzarotti.

Però siccome ogni tanto vengo attaccato – specialmente sui social network – per il fatto che ho un pregiudizio nei confronti dei pentastellati, cominciamo a fare un po’ di conti della serva, dato che i fogli excel li sappiamo ormai usare tutti, non solo i pentastellati.

La madre di tutte le riforme istituzionali, pubblicizzata da tutte le forze politiche e mai realizzata (e forse mai si realizzerà) è l’abolizione del livello provinciale dell’organizzazione dello Stato. Ora tutti dicono che il saldo della riforma deve essere senza costo per i lavoratori, cioè nessuno dovrà perdere il lavoro e dovranno essere aboliti solo i livelli elettivi.

Ho voluto seguire questa strada e da questa pagina wikipedia ho potuto ricavare alcune considerazioni. Tralasciando la Valle d’Aosta (provincia e regione coincidono) e il Trentino Alto Adige (le due province autonome costituiscono insieme la Regione e comunque un trattato internazionale disciplina l’autonomia di questa regione) e ipotizzando per le altre tre regioni a statuto speciale che valgano le stesse regole di quelle a statuto ordinario, in base alla riforma post 2011 si hanno i seguenti dati:

Consiglieri Provinciali: 2526

Assessori Provinciali: 812

Presidenti Province: 107

Ora immaginando per ciascuno di essi (e siamo larghi, perché vi sono province enormi e province piccolissime!) un’indennità lorda mensile di 6000 euro, si ottiene che il costo della democrazia elettiva è pari a circa 250 milioni di euro di stipendi (poi bisognerebbe calcolare il costo dell’elezione, ma l’ammortamento è sui cinque anni di mandato e dipende anche dalla scelta del Viminale di pensare un election-day).

Certo non è poco, ma la democrazia d’altronde ha i suoi costi.

Ora poiché i costi legati a queste funzioni sono direttamente collegate alle persone (collaboratori, personale, ecc.), che ipotizziamo di voler salvare, e quindi non tagliabili, ci vorrebbero 10 anni di risparmi su questi organismi elettivi per ottenere circa metà del gettito IMU per la prima casa di un solo anno (questo solo per adoperare un parametro abusatissimo di questi tempi)!

Senza trascurare il fatto che se abolissimo tout-court le province verrebbe a mancare ad esempio il gettito delle imposte provinciali (tasse automobilistiche e messa su strada, tanto per citare quelle più note) che andrebbero comunque finanziate in qualche modo per garantire la manutenzione delle strade che passerebbe in mano a comuni o regioni.

Ciò non significa che tutto deve rimanere com’è, ma forse la strada scelta dal precedente esecutivo, tanto derisa, non è che fosse così peregrina: proponeva Patroni Griffi, all’epoca Ministro per la Funzione Pubblica ed oggi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e Segretario del Consiglio stesso, di accorpare alcune province, razionalizzarne il numero anche in base alla popolazione, con l’obiettivo di rendere più omogenee le articolazioni territoriali. Apriti cielo! Ennesi contro Nisseni, Livornesi contro Pisani, e via con la solita solfa del campanilismo più medievale che ancora oggi ci portiamo dietro, dai tempi dell’istituzione delle Signorie.

Gli stessi parlamentari pentastellati stanno preparando una proposta di legge per il Reddito Minimo di Cittadinanza, che credo comunque dovrebbe essere più un sussidio di disoccupazione, una sorta di reddito minimo garantito, anziché un reddito minimo per tutti, altrimenti nessuno lavorerebbe più!

Ora al di là del fatto che la proposta è già scesa dai 1000 euro promessi durante la campagna elettorale ai 600 euro dell’altro giorno, supponiamo un attimo che vengano erogati a 8 milioni di disoccupati. Servirebbero qualcosa come 60 miliardi circa di euro ogni anno per finanziarla, sempre ipotizzando che poi si cresca e che la disoccupazione scenda.

Ora possibile che con questi ordini di grandezza in gioco stiamo ancora a guardare le indennità di parlamentari e consiglieri, di diarie e scontrini? Possibile che non si comprende che è sì una goccia in mezzo al mare, è un granellino per carità nobile, un bel esempio, tutto quello che vogliamo, ma poi passati tre mesi nel Palazzo è un qualcosa che pacatamente e serenamente non frega più niente a nessuno?

C’è poi chi sostiene che invece, abolendo del tutto le province, i risparmi sarebbero molto più alti. Ora certamente se abolissimo l’istituzione provinciale e trasferissimo le competenze a comuni e regioni certamente i risparmi sarebbero notevoli: tuttavia nessuno potrà mai dirci con certezza quale sarebbe il prezzo, in termini di occupazione e di fatturato per le imprese che hanno come committenti le regioni, che il Paese, nel suo complesso, dovrebbe pagare.

Perché purtroppo possiamo pure fare finta che gli sprechi sono sempre da qualche altra parte ma in verità, il grosso della spesa pubblica, è fatto di stipendi, pensioni e stato sociale.

Non mi sembra una grande ideona tagliare posti di lavoro in una fase recessiva: anche perché mi sembra una di quelle riforme che anziché essere volano per l’economia deprimerebbero ancora di più produzione e consumi.

Forse il Movimento di Grillo avrebbe fatto bene a concentrarsi maggiormente su piccoli comuni e comunità locali, fare da think tank anziché farsi forza politica: perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti e cioè che 8 milioni e mezzo di voti servono soltanto per giocare a monopoli con gli scontrini del bar e le ricevute del taxi e 162 parlamentari sono praticamente inutili.

Ed è la plastica dimostrazione che sbraitare, protestare, additare e condannare è la cosa più semplice del mondo. Più complicato è proporre e cambiare (persino idea!), risolvere i problemi, collaborare con gli altri che non la pensano come te, studiare leggi, disegni di legge, regolamenti. Capire che le istituzioni si rispettano a prescindere da chi le occupa pro-tempore (che tristezza vedere un deputato essere ripreso dalla Presidenza di Montecitorio mentre si rivolge al Primo Ministro chiamandolo Signor Letta e non Signor Presidente!): ecco a livello nazionale il Movimento di Grillo non è poi così pericoloso come molti vogliono far credere.

È semplicemente inutile e questi tre mesi lo hanno ampiamente dimostrato. E forse il pericolo sta proprio nel fatto che 162 parlamentari inutili hanno contribuito, più delle divisioni del PD, al tanto vituperato governo delle larghe intese.

 

 

 

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