La salute della democrazia

Diceva Winston Churchill che la democrazia sarà pure un pessimo sistema di governo ma è il migliore fra quello inventato dagli uomini. È però un sistema che va tenuto in salute, curato, come una pianta alla quale non puoi far mancare l’acqua e la luce.

La salute di una democrazia dipende da tanti fattori: su queste pagine ho parlato spesso di conflitti di interesse, di ignoranza istituzionale e di controllo dei media.

Ma la bontà o meno di un sistema democratico dipende essenzialmente da due aspetti: forza dell’opposizione e indipendenza dei media (specialmente quelli di massa). Sui secondi sono arcinoti i problemi che il sistema radiotelevisivo italiano ha e soltanto la forza dell’emittente, recentemente acquistata da Umberto Cairo, ha di poco riequilibrato un comparto troppo dipendente dalla politica dei partiti di governo.

Sulle forze di opposizione invece è come se in Italia ci sia una specie di maledizione.

Se durante la cosiddetta Prima Repubblica la principale forza di opposizione era costituita da un partito, il PCI, che si teneva fuori dai giochi democratici per i suoi legami con il mondo sovietico, ai giorni nostri siamo giunti al paradosso che la principale forza di opposizione del nostro Paese, il Movimento Cinque Stelle, entrato in Parlamento con tutti i buoni propositi di questo mondo e con l’obiettivo di aprire il Palazzo come una scatoletta di tonno, è impegnato ormai soltanto su una stucchevole ed avvilente discussione interna sugli emolumenti dei parlamentari e sulla restituzione o meno della diaria del parlamentare.

In un sistema democratico l’opposizione dovrebbe controllare il lavoro dell’esecutivo e della maggioranza, incalzare con provvedimenti seri coloro che hanno responsabilità operative, formulare proposte alternative di fronte a tutto il Parlamento, quindi al Paese, anche se i numeri sono impietosamente a sfavore. Anzi forse proprio perché i numeri sono così drammaticamente a loro sfavore potrebbero giocare un grande ruolo nel Parlamento.

Invece in questi quasi novanta giorni di legislatura la principale opposizione del Paese è semplicemente concentrata sugli scontrini delle pizze dei parlamentari, sull’alloggio degli stessi, se possono continuare a dormire su un giaciglio in un convento di suore oppure potersi permettere un bel albergo di lusso, se possono mangiare pesce una volta a settimana nei migliori ristoranti di Roma o debbano continuare a ingurgitare un toast alla buvette, in nome di un francescanesimo oltranzista, peraltro mai richiesto a nessun parlamentare in nessuna latitudine del mondo occidentale.

Nel frattempo il loro capo politico stabilisce un aumento unilaterale dello stipendio (dai 2500 euro netti si è passati ai 3000) perché sembra che nella Capitale d’Italia il costo della vita non sia così basso come evidentemente ritenevano molti di loro, quando nella furia anticasta accettarono l’elezione ai seggi di Camera e Senato.

Poi ci sono i dissidenti: coloro che minacciano di andare a costituire un nuovo gruppo parlamentare (bastano 10 senatori o 20 deputati per costituire un gruppo) perché non vogliono prendere ordini da Grillo, cosa surreale dato che loro non hanno preso nemmeno mezzo voto delle 9 milioni di croci messe sul simbolo delle Cinque Stelle.

Attenzione: non è che voglia giustificare questo modo di fare di Grillo, però mi sembra un po’ tardivo questo risveglio di alcuni parlamentari pentastellati che sembra abbiano scoperto solo ora che il comico genovese può giuridicamente sbatterli fuori dal movimento come e quando vuole. Magari sono gli stessi che hanno insultato, accusato e irriso Giovanni Favia e Federica Salsi, questa ultima specialmente in quanto donna e quindi magari hanno implicitamente goduto dell’insulto sessista di Grillo.

Adesso ci troviamo non soltanto con una maggioranza malata e bloccata dai veti incrociati che fanno sì che siano pochissimi i punti di incontro realizzabili dal Governo. Ma anche con una finta opposizione che anziché pensare a come proporre alternativi credibili e fattibili continua a discutere se il cappuccino della Lombardi la mattina alla Camera possa essere inserito in nota spesa, anche se lo scontrino è stato stracciato dal barista!

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