Anonimamente

Qualche tempo fa, prima dell’esplosione di Facebook e della vita social, nell’azienda dove lavora una mia cara amica, il Top Management decise di mettere su un blog con il quale condividere temi e vita aziendale con i propri collaboratori. Sembrava un’iniziativa interessante solo che bene presto divenne abusata da coloro che la sfruttavano soltanto per farsi belli con il capo supremo, magari spernacchiando e sparlando di superiori e colleghi, forti dei nickname, assolutamente irriconoscibili.

Dopo un po’ cessò di esistere.

C’era addirittura chi sosteneva che l’anonimato fosse una garanzia di libertà, come se anziché in Italia abitassimo in qualche stato canaglia o nella Libia di Gheddafi.

Questa storia mi è tornata in mente ieri dopo che anche Enrico Mentana è letteralmente sbroccato su Twitter, stufo dei troppi insulti anonimi che gli venivano recapitati.

Perché se è vero che chi gestisce un blog ha la possibilità di controllare chi commenta e anche il suo indirizzo IP, su Twitter e su Facebook siamo completamente in balia dei fake e degli anonimi.

Ne parla oggi anche Beppe Severgnini sul Corriere e qui vi è il testo anche on-line, nella sua rubrica con i lettori del Corriere.

La cosa che più mi deprime è che i sostenitori della bontà dell’anonimato, che garantirebbe con la segretezza dell’identità la maggiore libertà di dire quello che si pensa, sono spesso anche persone di un certo livello e non soltanto la normale feccia, come ci si aspetterebbe.

Ma evidentemente, come già detto per altri motivi, Leonardo Sciascia aveva visto lungo quando parlava di ominicchi e quaquaraqua.

 

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