L’ultimo conclave laico (speriamo)

Forse alla fine di questa settimana l’Italia avrà un nuovo Capo dello Stato: forse, perché nessuno assicura che a partire da venerdì pomeriggio o sabato mattina, quando sarà sufficiente la maggioranza assoluta dei votanti, il Partito Democratico e il centrosinistra saranno così compatti da poter votare un solo nome. Troppi stracci stanno volando dentro il partito.

Di questi quindici giorni di retroscena e indiscrezioni, trattative e giochini on-line spacciati per elezioni dirette dei cittadini, rimarranno di positivo soltanto i racconti di Concita De Gregorio su la Repubblica e i ritratti dei passati inquilini del Quirinale di Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano (ancora in corso). Di negativo – ed è nettamente prevalente – tutto il resto: dalla piazza di Bari di Silvio Berlusconi al sondaggio on-line degli attivisti del Movimento Cinque Stelle, spacciato per voluntas populi, dalle interviste quasi quotidiane di Matteo Renzi allo stillicidio su Twitter di dichiarazioni, endorsement e affossamenti.

Giovedì sera Massimo Cacciari, ospite di Michele Santoro, ha detto – fra le tante, troppe!, cose – che l’Italia è ormai matura per un Presidenzialismo e che di fatto gli ultimi presidenti hanno agito con più poteri di quelli esercitati dai loro predecessori.

Non sono sicuro di essere molto d’accordo con l’aggettivo adoperato da Cacciari, matura, ma sta di fatto che è indiscutibile che gli ultimi tre Presidenti e gli ultimi due anni di Cossiga hanno segnato una diversissima interpretazione del ruolo del Presidente della Repubblica. Con l’avvento del maggioritario del 1994, in contemporanea con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, sicuramente il voto si è – di molto – spostato più verso la volontà di scegliere un esecutivo che rinnovare il Parlamento. Cacciari e i sostenitori dell’elezione diretta del Capo dello Stato, e quindi del Potere Esecutivo sull’esempio francese o americano, trovano che questa soluzione sia indice di maturità di un popolo: non la penso così, nel senso che credo – mi perdoneranno gli amici americani – che la soluzione presidenziale venga più incontro al popolo-bambino, che ha bisogno di qualcuno che gli rimbocchi le coperte prima di fare la nanna, mentre quella parlamentare è più consona ad un popolo-adulto, che vuole dibattere e trovare insieme agli altri il momento di spegnere la luce e finalmente addormentarsi.

Con questo non voglio affermare che americani e francesi, argentini e brasiliani, cileni e venezuelani, portoghesi e polacchi, e potremmo continuare ad libitum, siano più infantili di noi che abbiamo sistemi basati sul parlamentarismo: voglio soltanto dire che scegliere una forma di governo parlamentare è molto più faticoso di quando si preferisce una repubblica presidenziale. Mentre nel secondo caso infatti è la Costituzione a prefigurare pesi e contrappesi per i poteri dello Stato e poi si garantisce al vincitore delle elezioni una certa mano libera nel gestire la cosa pubblica, nel secondo caso la mediazione diviene continua, dall’elezione del Presidente a quella dei giudici supremi. E mediare è sempre più faticoso di decidere.

E trovare una figura di riferimento che soddisfi tutti diventa impossibile se il Parlamento è così diviso come lo stiamo osservando dal 15 marzo scorso (che poi rispecchi la società italiana mi sembra lapalissiano).

Così abbiamo veti che partono da tutte le parti, con Berlusconi che si scaglia contro Romano Prodi per la semplice ragione che il professore reggiano l’ha battuto due volte su due: poco importa se ha un profilo internazionale degno di nota che aiuterebbe il Paese sulla piazza internazionale. Viene etichettato come divisivo.

Poi abbiamo il Movimento Cinque Stelle che organizza delle consultazioni interne on-line e le quirinarie partoriscono una lista di dieci nomi (ridotta stamattina a nove perché Grillo stesso si è tirato fuori, intelligentemente) che colpisce ovviamente da un lato per la qualità dei nomi, dall’altro per la collocazione politico-istituzionale (che ha dato motivo a molti osservatori di analizzare da sinistra la galassia grillina, dimenticando che quei 48 mila votanti sono poca roba rispetto agli otto milioni di voti raccolti). Poi abbiamo il sindaco di Firenze, che smanioso di tornare alle urne al più presto (anche a scapito del suo partito, francamente!), per sfruttare la sua popolarità, sta ormai giocando tutto da solo la sua partita: ieri ha affossato le candidature di Marini e Finocchiaro, il primo perché trombato alle parlamentarie abruzzesi di fine 2012, la seconda perché ha fatto la spesa all’Ikea con la scorta.

La battuta su Anna Finocchiaro di Matteo Renzi è la medesima di quella che hanno fatto i quotidiani più vicini a Berlusconi su Romano Prodi, quando la scorsa settimana è stata pubblicata una fotografia che ritraeva l’ex Presidente del Consiglio a Villa Borghese con la scorta e la macchina di servizio prima di dedicarsi a fare jogging. È il classico modo di strizzare l’occhio all’elettorato anticasta che è cosa assai diversa dell’elettorato antiprivilegio. Da parte mia non ci trovo nulla di scandaloso: se una personalità ha necessità (attenzione, non ho detto diritto) di protezione allora gli agenti lo devono seguire come un’ombra anche all’Ikea e passare anche dentro Villa Borghese. Semmai andrebbero comprese bene le minacce per poter stabilire le regole di ingaggio di una protezione individuale. Ma utilizzarle in maniera grillesca mi sa tanto di patetico, specialmente da chi predica di voler sfidare Grillo e i grillini sul programma (non sugli slogan!). Su Marini stamattina Renzi ha anche inviato una lettera al quotidiano la Repubblica chiarendo il suo pensiero per quanto riguarda la scelta di un presidente cattolico. A mio avviso Renzi ha scritto una serie di banalità perché non c’entra proprio nulla la fede, ma il riconoscimento ad un’importante componente, quella cattolico-democratica, che ha – tra i tanti errori – anche molti meriti per la crescita collettiva del nostro Paese.

Poi ci sono i soliti nomi, da Amato a D’Alema, passando per Mattarella, Castagnetti e la rielezione, non richiesta e non desiderata, di Giorgio Napolitano.

Purtroppo ormai tutto viene ricondotto alla parola casta.

Di fronte a tutto questo caos ci sarebbe veramente da augurarsi che venga realizzata in questa legislatura, o nella prossima se si dovesse tornare a votare, una riforma in senso presidenziale della forma di governo. D’altronde ormai di fatto votiamo il capo di una coalizione e quindi sarebbe forse meglio votare direttamente il Presidente, e ci evitiamo anche questo conclave laico che però – a differenza di quello che si tiene Oltretevere – non è nemmeno preceduto dalle Congregazioni Generali dove i Cardinali dibattono per giorni sui problemi della Chiesa.

Qui da questa parte del biondo fiume le trattative, più o meno lecite, sono invece tutte fatte nelle segrete stanze o tra i bit di Casaleggio. E come se non bastasse non sappiamo nemmeno se lo Spirito Santo possa in qualche modo ispirare la scelta!

p.s. non so se Gianantonio Stella e Sergio Rizzo si siano pentiti di aver intitolato il loro libro più famoso “La Casta”: so solo però che comincio a non poterne più di questo vocabolo che evoca cose molto più tristi nel continente asiatico. Fra un po’ forse tutti saremo “casta” e allora che si farà? La Guerra Civile?

p.s.2 credo che Matteo Renzi stia sbagliando tutto, nei tempi, perché tanto non si può votare fino a che non si sarà insediato il nuovo Capo dello Stato (ufficialmente Giorgio Napolitano termina il suo mandato il 15 maggio) e nei modi, perché trovo stucchevole attaccare sempre e soltanto i suoi colleghi di partito, come se la situazione nella quale ci troviamo sia frutto esclusivo della classe dirigente del Partito Democratico. A furia di continuare così sta dando ragione a coloro che credono che Renzi stia dalla parte sbagliata dell’arco politico. Non è Clinton, non è nemmeno Blair né tanto meno Obama. Se qualcuno nel suo entourage glielo volesse spiegare farebbe veramente un bene al centrosinistra. Sempre che questo “bene” stia veramente a cuore a Renzi e ai suoi amici.

p.s.3 ascoltare Massimo Cacciari è sempre un piacere perché stimola i quattro neuroni accesi davanti ad una TV. Tuttavia sentirlo pontificare contro i politici, come se lui non avesse mai fatto parte della “politica”, è veramente deprimente. Sindaco di Venezia per 12 anni, candidato sconfitto alle regionali venete del 2000, deputato dal 1976 al 1983: un po’ tanto di attività politica per chiamarsi fuori, o no?

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