I nuovi italiani

Vengono da un paese lontano, come disse a suo tempo Karol Wojtyla appena eletto successore dell’apostolo Pietro. Li guardo lavorare con molta dedizione mentre sto zappando sulla tastiera del mio iPad. Fanno poche pause, scavano, riempiono le carriole e sudano. Parlano la nostra lingua, con un tipico accento slavo ma non li consideriamo parte del nostro paese. Eppure sono soltanto loro che ormai vogliono fare questo mestiere: noi, gli italiani, preferiamo comandare, dietro i nostri fogli e i nostri smartphone. Sono a Spoleto da stamattina a seguire alcuni lavori per la mia famiglia e li osservo. Tra gli uccellini che finalmente sono liberi di cinguettare senza l’assillo di trovare riparo per un improvviso scroscio d’acqua, con i ciliegi della nostra campagna che cominciano a fiorire, ammiro la natura della nostra Italia, qui nel cuore verde della Penisola. Monteluco, la piccola collinetta che protegge questa antichissima città ducale, domina il panorama, con la sua croce non ancora illuminata e ripenso a Elisa che la sera, in estate, la chiamava storpiandone il nome in Montelupo. Guardo la Rocca Albornoziana, quello che con la mia piccolina chiamiamo il Castello, e non posso non pensare a quanto sia immenso il nostro patrimonio artistico, culturale ed ambientale.
Poi ci sono loro, muratori, elettricisti, idraulici, tutti provenienti dall’estero che hanno cercato e chissà trovato fortuna proprio qui da noi, quella stessa fortuna che noi spesso siamo portati a cercare lontano dai nostri lidi, non rendendoci conto di aver avuto la straordinaria fortuna di stare seduti sul vero petrolio del genere umano: la cultura.
Osservo da lontano i campanili delle bellissime chiese romaniche di Spoleto, la Torre dell’Olio e ripenso alle mure ciclopiche, resti delle fortificazioni romane, e mi chiedo se questi manovali – che ci aiutano a sistemare le nostre case e le nostre baracche, si rendano effettivamente conto di quanto stolti siano i loro datori di lavoro.
I loro figli vanno nelle nostre scuole, giocano con i nostri bambini e spesso si innamorano dei nostri giovani e delle nostre ragazze.
Eppure c’è ancora chi – a poco più di un centinaio di chilometri – nei Palazzi che contano, altrettanto belli come quelli che osservo da questo angolo di mondo, li considerano cittadini di serie B e vorrebbero rispedirli indietro, alle loro terre d’origine, come se fossero dei corpi estranei da espellere.
Sono precisi, indossano le protezioni, ridono, scherzano ma hanno tutti uno sguardo quasi assente, triste.
Mi piace pensare che almeno la sera, quando anche loro torneranno ad abbracciare i loro piccoli, riusciranno a sciogliersi in un sorriso liberatorio, magari confidando che il vento di cambiamento, che spesso leggono sui quotidiani di questa loro nuova patria, almeno si traduca per i loro figli in una nuova casa e una nuova appartenenza.

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