Buona Pasqua se potete

Siamo talmente tanto concentrati sui gesti inediti che il nuovo papa, Francesco, sta compiendo che non riusciamo a comprendere che lo stupore che manifestiamo – alla vista dei segni del nuovo Vescovo di Roma – è in realtà dovuto all’assenza, nella nostra società, dell’attenzione verso gli ultimi.

Dalla sua elezione al soglio pontificio, abbiamo visto e rivisto le scene dell’allora Arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, le sue messe celebrate nelle Villas e i riti degli anni passati del Giovedì Santo, con la lavanda dei piedi ai malati di AIDS ed ai poveri.

Eppure ieri tutti i mezzi di informazione erano lì, stupiti e meravigliati di fronte al fatto che divenuto Papa, Bergoglio facesse le stesse cose di sempre: in una parola facesse il sacerdote.

Forse perché qui da noi, nella ricca Europa e nella nostra ipocrita Italia, ci siamo dimenticati (e in primis anche gli alti prelati della Curia lo hanno fatto) che innanzi tutto Vescovi e Cardinali sono sacerdoti, sono non tanto i successori dei Dodici in quanto guide, ma i successori dei Discepoli in quanto evangelizzatori.

Siamo talmente avvezzi ad una Chiesa delle liturgie pompose e di quel latino cerimoniale che manifestiamo meraviglia di fronte ad un prete che fa quello che in tutte le normali chiese cattoliche del mondo si compie durante la Missa in Coena Domini.

Certo il Papa è andato in carcere, a lavare i piedi ai carcerati addirittura di altre confessioni e fedi religiose. Ma non era proprio questo uno degli insegnamenti di Cristo? “Quando ti ho incontrato? Quando ti ho dato da bere? Quando ti ho visitato?“, si chiede l’uomo nel Vangelo. E la risposta è “Quando lo avrai fatto all’ultimo dei miei fratelli allora sarà come se l’avessi fatto a me“.

Ieri, osservando la diretta da Casal del Marmo, mi tornava alla mente il processo norvegese per la strage di Utoya: quando in rete si è letto che il massimo di pena previsto, dall’ordinamento del Paese scandinavo, fosse di 21 anni e per di più da scontare in un carcere super confortevole, immediatamente in Italia è stato un brulicare di commenti indignati, perché in questi casi “bisogna rinchiuderli per sempre e gettare la chiave“.

Invece dalla Norvegia proveniva la lezione che noi ci rifiutiamo di comprendere – forse con una visione distorta del nostro cattolicesimo –  e cioè che la detenzione in prigione ha come obiettivo, per la società, quello di recuperare il carcerato. Ma come spesso si può notare, specialmente a fronte di scandali nei confronti della Pubblica Amministrazione, noi confondiamo la pena con la punizione.

Ecco che quindi il gesto del nostro Vescovo capitolino, di celebrare il rito dell’umiltà, che proprio il suo Maestro aveva compiuto nei confronti dei Dodici, lavando i piedi ai carcerati minori assume grande significato: perché compito della Chiesa e dei suoi Pastori è quello di non abbandonare gli ultimi e soprattutto coloro che hanno sbagliato. E a maggior ragione quando questi sono minori e magari sono entrati in carcere quando erano poco più che ragazzini.

Quello che papa Francesco ci insegna, al di là della rinuncia simbolica all’appartamento pontificio, buona per dare ai giornalisti un titolo su un fondo non riempito su un giornale, è che la Chiesa Cattolica Romana deve tornare alle origini, che non sono soltanto quelle che molti pensano con la prima Chiesa, dei martiri, della povertà fine a se stessa, di Costantino. La Chiesa non pensa alla decrescita felice come certi individui di moda oggigiorno farneticano. Papa Bergoglio, con il suo latino stentato e con i suoi strappi cerimoniali, ci sta dicendo che la Chiesa deve – per poter sopravvivere al mondo complesso che conosciamo – conciliare la predicazione del Maestro con i tempi che viviamo. Deve tornare alla Predicazione. Deve tornare ad occuparsi degli ultimi, dei carcerati, dei poveri, degli affamati, degli operatori di giustizia, degli operatori di pace perché come insegnò su quella montagna Gesù di essi è il Regno dei Cieli.

E se c’è qualcuno che si scandalizza perché un Romano Pontefice, un Capo di Stato, il Vicario di Cristo in terra secondo la fede cattolica, vada a compiere il rito della lavanda dei piedi verso gli ultimi, vuol dire che non ha capito proprio nulla delle celebrazioni del Giovedì Santo.

Questo blog chiude temporaneamente i battenti almeno fino a martedì, cercando di recuperare un minimo di spiritualità da questo Passaggio ed evitando di lasciarsi coinvolgere dalla tristezza del momentum terreno che nel nostro Paese ci tocca vivere. Stasera – se il sonno come sempre non prevarrà – penso di fare una capatina al Colosseo per fare quello che più mi piace: il fotogiornalista. Ghiotta occasione per osservare la prima Via Crucis di questo nuovo Papa, dopo aver assistito sette anni fa alla prima di Benedetto XVI.

Buona Pasqua e Buon Passaggio a tutti i quattro gatti che ancora si ostinano a leggere questo blog, ringraziandoli sempre per la cortesia e l’attenzione. E soprattutto per la partecipazione a questo progetto attraverso commenti scritti, confronti verbali e furiose litigate (virtuali e non), segno che la passione per la Politica e per la Cosa Pubblica è viva, nonostante le nuove straordinarie menti approdate nei Palazzi del potere.

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