El Papa porteño

Chissà quante centinaia di porteños, gli abitanti della capitale argentina, staranno cercando di ricordare quante volte nel subte, la metropolitana di Buenos Aires, avranno avuto l’occasione di sedersi accanto a quello che a loro appariva come un normale sacerdote in clergy.

Amo molto Buenos Aires e il popolo argentino, ho molti amici laggiù e ho avuto il piacere di visitare e di vivere la capitale argentina per ben tre volte, l’ultima delle quali poco meno di sette anni fa durante il mio viaggio di nozze. Gli argentini sono molto vicini a noi italiani e specialmente a noi meridionali, una sorta di terroni che parlano nel loro fantastico spagnolo, così diverso da quello iberico, con il voseo e la musicalità dell’accento tipico della zona del Río de la Plata. 

Tutti i giornali e tutti i media del mondo si sono collegati ieri con Piazza San Pietro e con quella che mai come la scorsa sera era realmente la Caput Mundi dell’intero pianeta: non ce ne voglia la meravigliosa New York, sede delle Nazioni Unite, che proprio un papa, Giovanni Paolo II, chiamò come capitale moderna del mondo intero proprio per la presenza del Palazzo di Vetro, ma Roma ieri – con quei luccicanti riflessi, dovuti all’incredibile quantità di pioggia che dall’inizio della settimana si è abbattuta sulla capitale italiana – ha ricordato a tutto il mondo collegato con le televisioni e i portali internet, perché è ancora la capitale del mondo. Grazie alle straordinarie immagini del Centro Televisivo Vaticano, che le girava a tutte i network collegati con San Pietro, abbiamo ammirato l’incredibile folla che dopo la fumata bianca si riversata in mezzo al Colonnato del Bernini per ascoltare l’annuncio più famoso del mondo.

Una folla coloratissima, piena di bandiere, di gioia e di speranza.

E ho l’impressione che la loro speranza, la loro gioia e la loro preghiera sia stata in qualche modo esaudita con la scelta di questo nuovo Sommo Pontefice per la Chiesa Cattolica Romana.

Ci sarà sicuramente tantissimo tempo per scoprire tutti i difetti di questo uomo e sono certo che non mancheranno approfondimenti alla presunta vicinanza con la dittatura dei militari, sebbene il Cardinale Bergoglio abbia più volte confutato le tesi perorate su alcuni quotidiani argentini.

Nel commentare fatti religiosi, che si sia credenti o che invece non lo si sia, bisogna fare attenzione ai gesti e ai particolari: innanzi tutto il Papa è apparso senza mozzetta rossa bordata di bianco, simbolo dell’autorità papale e dell’unicità del ruolo del successore di Pietro. È apparso con la stessa croce, sulla veste bianca, che indossava da Cardinale: una croce semplice, di metallo e non d’oro, che rispecchia perfettamente lo stile del nuovo Pontefice, come le cronache d’oltreoceano ci hanno raccontato, dalla lavanda dei piedi ai malati di AIDS al continuo contatto con i poveri nelle Villas Miserias.

L’anello pescatorio che indossava era un anello molto semplice e soprattutto assai diverso da quello del suo predecessore che ne scelse uno troppo voluminoso.

Infine il simbolo per eccellenza di un nuovo papa che vale sicuramente mezzo programma pontificio ed è la scelta del nome pontificale: Francesco. Mai nessuno, da quando nel XIII secolo il santo umbro morì, aveva mai osato assumere quel nome. Probabilmente nessuno – durante lo Stato Pontificio – avrebbe mai potuto chiamarsi con il nome di colui che aveva fortemente avversato l’accumulo di ricchezza terrena della Chiesa, accumulo che allontanava sempre di più il Corpo mistico di Cristo dalla sua missione.

Per quanto riguarda lo stile di Papa Francesco ha ovviamente colpito, a primo acchito, l’umiltà e la normalità del suo parlare.

A me hanno colpito alcune cose: innanzi tutto la prima cosa che ha chiesto è stata quella di pregare. Siamo sempre così presi nel giudicare i fatti della Chiesa Cattolica Romana con le lenti della politica che spesso dimentichiamo che cosa sia il cattolicesimo: una religione. E se la rottura del cerimoniale fu per la prima volta eseguita da quel grande comunicatore che fu Giovanni Paolo II, affacciandosi e appoggiandosi alla balaustra della Loggia delle Benedizioni, questa volta è stato molto bello e toccante ascoltare un Pontefice rivolgersi alla folla chiedendo di pregare nello stesso modo in cui tutti noi abbiamo imparato da bambini, cominciando con quella prima preghiera, il Pater Noster, che durante le celebrazioni eucaristiche il celebrante introduce con una formula di grande umiltà: “formati al suo Divino Insegnamento osiamo dire“, quasi come se ci ricordassimo che rivolgersi al Padre come il Figlio fece duemila anni fa è sempre un privilegio che ci è stato concesso.

La seconda cosa che mi ha colpito favorevolmente è stato il suo chiamare in causa continuamente la diocesi di Roma e la sua persona come il Vescovo di Roma. Ha voluto al suo fianco il Cardinale Vallini, Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma, e si è rivolto al popolo romano durante tutto il suo saluto, così come ha ringraziato il Vescovo Emerito Benedetto XVI, chiamandolo con il suo titolo episcopale e non Papa Emerito. Non sappiamo ovviamente se questo sia preludio di una gestione più collegiale della Chiesa Cattolica, attraverso le varie Chiese Episcopali nazionali, o della Curia Romana stessa. Però anche il riferimento alla Sede Petrina come quella che presiede nella Carità tutte le altre Diocesi della Chiesa Universale fa pensare ad un Pontificato molto attento ai rapporti con gli altri Vescovi e anche – probabilmente – alle Chiese Ortodosse, a partire dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che da quasi mille anni non sono più in comunione con Roma.

Un altro aspetto che mi ha colpito è stato la richiesta del favore della benedizione divina su di lui, prima di impartire lui stesso la benedizione urbi et orbi. Questa è stata una novità enorme, quasi a ricordare – soprattutto ai suoi fratelli cardinali, ai Vescovi e a tutti i sacerdoti sparsi in giro per il mondo, che la loro autorità ecclesiastica discende direttamente da Dio e sono loro che devono servire per primi il popolo che prega. E quel mezzo minuto di silenzio, col capo chinato di fronte alle preghiere del popolo, è stato forse uno dei momenti più emozionanti che io ricordi nella storia degli eventi solenni che ho avuto la fortuna di assistere in TV o di persona, sia con Giovanni Paolo II che con Benedetto XVI.

Infine il linguaggio cordiale e affabile: mai un Papa appena eletto ha mai salutato la folla con un buonasera, come chiunque di noi farebbe durante una riunione. Papa Wojtyla salutò con un tradizionale sia Lodato Gesù Cristo, mentre Joseph Ratzinger – visibilmente intimorito da tutta quella folla e con il maglioncino nero che sbucava dalla veste bianca – rivolse pochissime parole, molto belle ma normali, sul fatto che i signori cardinali (lui non parlò di fratelli ma si attenne all’espressione più formale) avessero scelto un umile lavoratore della vigna del Signore.

Naturalmente ancora è molto presto per poter capire come sarà questo Papa e che tipo di Pontificato abbiamo davanti: già da domenica con l’Angelus e martedì con la messa d’inaugurazione del ministero petrino avremo un’idea di che tipo di papa abbiamo davanti.

Poi ci saranno i Riti della Settimana Santa, il clou delle celebrazioni della Chiesa, e vedremo quali altre innovazioni – liturgiche e non – Papa Bergoglio vorrà introdurre.

Vedremo se anche i gesti così nuovi e così di rottura, come quelli che ha compiuto già stamattina a Santa Maria Maggiore e alla Casa del Clero (dove ha voluto pagare personalmente la pensione che l’ha ospitato prima di entrare in Conclave), siano solo esteriorità o se invece – come sperano tutti – siano forieri di un grande cambiamento della Chiesa Cattolica, più attenta agli affari spirituali che a quelli terreni.

Jorge Mario Bergoglio mi è sembrato proprio un vero porteño, con quella gioia di vita che chiunque abbia girato per il Caminito, per San Telmo o per i nuovi quartieri trend di Buenos Aires, a cominciare da Palermo, ha potuto sperimentare parlando, ascoltando e ridendo con gli abitanti della capitale argentina.

¡Que Díos lo bendiga!

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