L’arroganza dei saccenti

Ieri sera, mentre ascoltavo distrattamente la conferenza stampa dei prossimi capogruppo del Movimento Cinque Stelle, Vito Crimi e Roberta Lombardi, ho avuto un sussulto, tipico di quando non si capisce bene quello che si sta ascoltando.

Strantìsi“, mi sono chiesto fra me e me in siciliano, “ho frainteso!“. Così ho bloccato il TG in diretta, ho smesso per un attimo di guardare la mia timeline su Twitter e ho riavvolto dall’inizio il servizio del telegiornale. No, avevo sentito benissimo. Per ben due volte, alle domande dei giornalisti su chi avessero intenzione di proporre come Premier al Presidente Napolitano, Vito Crimi rispondeva “A Napolitano proporremo i 20 punti del nostro programma. Se li accetta, accetta i 20 punti non un nome“. Per ben due volte e con il tono di chi volesse sfidare l’intero sistema.

Negli stessi minuti sulla timeline di Twitter appariva il famoso cinguettio di Beppe Grillo che chiudeva le porte al dialogo col PD ma lasciava trasparire che una certa insofferenza, all’interno del Movimento, evidentemente c’è.

Ma quelle parole di Crimi mi hanno colpito: al di là della mancanza di bon-ton istituzionale (di solito – per cortesia – ci si rivolge al Capo dello Stato chiamandolo Presidente) c’era un’arroganza violenta nei confronti del Presidente della Repubblica e della Costituzione, quindi nei confronti di tutti noi cittadini: “se Napolitano accetta“. È la tipica arroganza di chi pensa di avere sempre ragione a prescindere, di chi – ed è tipico del mondo 2.0 – pensa che tutto il resto dell’universo ruoti attorno a loro, alla rete, al loro mondo fatto di cinguettii e di post sociali.

Poco importa che la Costituzione prescriva che il Presidente della Repubblica nomini un Presidente del Consiglio senza entrare nel dettaglio del programma. Forse a questi grandi giuristi sarà sfuggito che nel 2008 Napolitano nominò Berlusconi a prescindere dal fatto che avesse un programma che gli piacesse o meno. Non è compito del Capo dello Stato essere d’accordo con il programma di governo.

Siamo in presenza non di una dittatura di una minoranza ma di fronte all’arroganza dei saccenti, di color che sanno tutto, che pensano che il loro programma sia una sorta di Decalogo e il loro guru sia il loro Mosè. Siamo all’assurdo che un programma di venti punti, buono per incartarci il pesce per la maggior parte degli italiani (altrimenti avrebbero stravinto le elezioni, no?), diventa superiore alla stessa Legge Fondamentale.

Non li coglie mai il dubbio che la Politica sia l’arte della ricerca del compromesso, prima del consenso e del tornaconto particolare, e che storicamente l’Aventino non ha mai portato a niente di buono.

Ciò che trovo insopportabile di questi saccenti, che spesso li conosco da vicino perché siamo soprattutto noi ingegneri, informatici, matematici, fisici, quelli che trascorriamo milioni di ore davanti ad un PC, che pensiamo di saperla sempre più lunga degli altri, è che pensano che il mondo prima fosse tutto da buttare e che dopo il loro avvento un luminoso avvenire sarà a portata di mano, senza fare alcuno sforzo.

Trovo insostenibile l’atteggiamento di questi neo-parlamentari con la stampa italiana come se la maggioranza degli italiani, che non li ha votati, non abbia il diritto di conoscere il loro pensiero (mica tutti stanno sui social network dalla mattina alla sera!).

Sono dell’idea che il tentativo del Partito Democratico vada portato a termine sino alla fine, positiva o negativa che sia, perché soltanto attraverso un’assunzione esplicita di responsabilità da parte dei parlamentari pentastellati si potrà fare un po’ di chiarezza. Ritengo che Bersani abbia tutto il diritto e anche il dovere, come capo della coalizione che ha avuto il maggior numero di seggi, di formare un governo e presentarsi alle Camere. E se le Camere dovessero rifiutare la fiducia, egli ha il diritto e il dovere di rimanere in carica per gli affari correnti (non si capisce perché Monti sì e Bersani no per l’ordinaria amministrazione), senza tutti questi riti e pastrocchi come l’incarico esplorativo e le consultazioni del premier incaricato. Se c’è una cosa positiva che Silvio Berlusconi ha fatto è che nel 2008 quando ricevette l’incarico da Napolitano lo accettò subito e senza riserve e presentò contestualmente la lista dei ministri.

Poi dopo Bersani, che sia Napolitano o il suo successore a gestire quella fase poco importa, ci potranno essere tutte le soluzioni che la politica trovi opportuno, ma un po’ di chiarezza, di fronte a questa arroganza, non guasterebbe di certo.

Vogliono mantenere la verginità del loro movimento non mischiandosi a nessuno, non votando nessuna fiducia su documenti programmatici abbastanza vicini?

Bene, lo facciano, ma alla luce del sole, non dietro i tweet o i post su Facebook: lo facciano in Parlamento votando no al voto di fiducia, che fortunatamente è per appello nominale e non più segreto (fortunatamente il tempo dei franchi tiratori è quasi definitivamente tramontato).

Si assumano di fronte al Paese la responsabilità di ritornare alle urne (così almeno il loro primo mandato termina subito e dovranno fare una non-modifica al loro non-statuto per aggirare il non-comandamento dei due mandati!) o di forzare il Capo dello Stato ad un innaturale Governo del Presidente che dovrà avere per forza di cosa il consenso di PD e PDL.

Proveranno di certo a fare una campagna elettorale tutta sull’inciucio ma quella sarà l’occasione – che ci sia Renzi, Barca o chiunque altro – per rinfacciare ogni giorno che un governo progressista, per la prima volta nella storia del nostro Paese, non sarà stato possibile non perché Berlusconi ha comprato qualche senatore, bensì perché gli eletti del movimento che voleva cambiare il mondo si sono opposti al cambiamento e si sono comportati come codardi fronte al popolo.

Perché ai saccenti si risponde con una sola arma: la trasparenza delle scelte, la coerenza e l’assunzione di responsabilità.

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