Lo Stivale troppo stretto

Tornare a guardare le cose italiane, la vita romana quotidiana, con gli occhi sul calendario per contare quanti giorni mancano alle vacanze di Natale e alla mia Catania, è molto difficile, dopo gli ultimi giorni trascorsi incollati a sondaggi, exit poll, proiezioni e soprattutto non proiezioni della CNN, che hanno fatto tribolare fino a notte fonda lo staff di Obama.

A gennaio – quando cominciarono le primarie repubblicane – sapevamo bene che era molto difficile questa campagna elettorale per la riconferma, molto più di quella del 2008 quando Obama dovette lottare moltissimo durante le primarie, ma già dal supermartedì di febbraio, che coincise con la festa della mia Patrona, Agata, si capì che avrebbe portato a casa tutti i delegati necessari per avere la nomination. Fu durissima la battaglia con Hillary Clinton ma la battaglia per la presidenza contro John McCain si capì da subito che praticamente non ci sarebbe stata.

Troppo importante era l’appuntamento con la storia.

Adesso invece le cose sono andate diversamente: innanzi tutto perché Obama, vittima forse inconsapevole del suo testardo e tenace intento di voler trovare un compromesso sempre e comunque, ha governicchiato per i primi due anni. Probabilmente ha dovuto imparare – a spese proprie e dei suoi capelli che si ingrigivano ogni giorno che passava alla Casa Bianca – cosa voglia dire promettere qualcosa in campagna elettorale e poi non poterla realizzare subito per mancanza di fondi, per compromessi, per qualunque cosa possa accadere e che un sogno – in quanto tale – non può mai concepire. Poi sono arrivate le elezioni di mid-term e la scoppola è stata talmente forte da svegliare lui e il suo staff e fargli capire che se non avesse cambiato la marcia della sua Amministrazione la rielezione se la sarebbe scordata. Forse in quella vittoria repubblicana, fortemente condizionata dal tea-party, c’è da trovare l’embrione dell’odierno trionfo. Lì il Presidente ha capito che qualcosa andava cambiato, nella comunicazione, nell’intransigenza e finanche nel duro e aspro confronto con il Congresso. E se da un lato Barack Obama poteva vantare il salvataggio dell’industria dell’auto, dall’altro l’aumento del debito pubblico e la conseguente minaccia del declassamento del debito sovrano, hanno esposto il Presidente a un rischio colossale sui mercati finanziari e questo per Obama non poteva essere accettato. Ha imposto al Congresso di trovare una soluzione bipartisan minacciando l’unico strumento che i sordi capiscono perfettamente e che infatti sono soliti utilizzare quando non hanno voglia (o forza) di confrontarsi: il veto. Sta di fatto che sebbene il declassamento ci sia stato, la vergogna come l’ha definita ieri sera Antonio Martino a Porta a Porta in uno dei suoi deliri contro il Presidente Obama (che credo nemmeno sappia che Antonio Martino esista e sia stato Ministro della Difesa!), questo sia da ascrivere alla situazione di stallo e di indecente ostruzionismo che la destra repubblicana, fomentata dai nostalgici del boicottaggio del tè, conducevano alla Casa dei Rappresentanti, sulla pelle dei lavoratori pubblici, tradizionalmente non elettori repubblicani.

Ma lì Obama ha dimostrato fermezza e saggezza e soprattutto sangue freddo: la Federal Reserve l’ha aiutato immettendo liquidità e l’economia americana ha ricominciato a macinare e a creare posti di lavoro, sebbene ancora troppo pochi dopo l’emorragia dovuta alla spaventosa crisi di quattro anni fa.

Poi all’inizio di questa campagna ci sono stati secondo me due errori di Mitt Romney: il primo che ha cominciato a parlare di economia sparando numeri a caso e spesso in contraddizione fra loro. Poi nel tentativo di fare il nazionalista ha cominciato a sparare contro il salvataggio della Chrysler venduta agli italiani, forse senza rendersi conto che in Ohio e Michigan si stava giocando i grandi elettori. Non ha inoltre fornito risposte sul quesito posto da Buffet e cioè perché la segretaria di un finanziere miliardario debba pagare più tasse (in percentuale) di quelle del suo capo.

Romney non ha mai fornito una spiegazione convincente sulla solita ricetta di tagliare la spesa pubblica per lui inutile (mantenendo invece quella militare sempre buona per le lobby che lo sostengono!) e tagliare le tasse ai ricchi anziché alla middle-class. Ce n’era già abbastanza perché la questione si chiudesse lì poiché era una questione di aritmetica, come sagacemente aveva ironizzato il vecchio leone democratico Bill Bubba Clinton. Il 42° Presidente era stato chiamato al capezzale del 44° inquilino e aveva trasformato, con una performance da rockstar, una banale e noiosa convention di partito in uno spettacolo politico allo stato puro. Galvanizzato dal suo ego e dalla possibile futura elezione della moglie Hillary, Bill Clinton ha aiutato Obama come nessuno avrebbe mai immaginato dopo che quattro anni prima l’avevano quasi pregato di non parlare, tanto si fosse compromesso durante le primarie.

Poi c’è stato un altro enorme errore di Mitt Romney ed è stato quello di scegliere Paul Ryan come vice per attirare il voto conservatore, evangelico e cattolico ultratradizionalista. Il risultato è stato un disastro e – aggiungo io – per fortuna perché avere un vice presidente, quindi numero due alla successione, come Ryan forse era peggio dell’incubo Sarah Palin. È chiaro che quella nomina ha influito sulle scelte dell’elettorato femminile che – come in ogni parte del mondo – è maggioritario per il semplice fatto che ci sono più femminucce che maschietti al mondo. I sondaggi del giorno dopo dicono che almeno il 55% delle donne ha votato Obama e sono sicuro che la presenza di Ryan e le sparate di qualche altro repubblicano su aborto, matrimonio e diritti civili ha fatto propendere la maggior parte delle donne dalla parte di Barry.

Poi siccome Obama è un grande uomo di spettacolo ha deciso di dare una possibilità al rivale compiendo un autentico disastro durante il primo confronto televisivo. Sarà stato perché quel giorno festeggiava il suo 20° anniversario di matrimonio, e non aveva voglia di passare la serata con Romney quando poteva cenare con la bella Michelle,  sta di fatto che quello non era Obama. Ma anche lì Barack è uscito fuori più forte di prima: ha ridicolizzato l’avversario nei due confronti successivi, specialmente nel secondo quando si è permesso di fare la battutona sulla cavalleria e sulle baionette che ha ridotto in rete e negli spot Mitt Romney a una specie di concorrente deficiente dei quiz televisivi.

Infine – ed è quasi cronaca di questi giorni – è arrivata Sandy e l’immagine del grande e presente presidente (ricordate Bush jr. e Katrina?), che interrompe la sua campagna in Florida (stato in bilico) per tornare a Washington e coordinare i soccorsi, è giganteggiata in tutti i media, specialmente perché a funzionare era una di quelle agenzie federali, la FEMA, equivalente della nostra Protezione Civile, che Mitt Romney avrebbe voluto chiudere per inutilità.

Adesso la famiglia Obama torna alla Casa Bianca, le sue ragazze potranno continuare ad andare a scuola scortate dai servizi segreti e chissà che penseranno i primi timidi fidanzatini di Malia di queste presente ingombranti …

Certo che dopo aver ascoltato il discorso dello sconfitto e le bellissime suggestioni evocate da Obama (il meglio deve ancora venire) tornare ad indossare il nostro Stivale ti fa capire quanto questo sia diventato stretto: un paese troppo pieno di rancori, vendette, ritorsioni che saranno anche presenti in USA ma che comunque si avvertono sopra un forte sentimento nazionale, di un sano orgoglio patriottico. L’onore allo sconfitto e il riconoscimento della sconfitta sono i momenti secondo me più belli delle campagne elettorali dei paesi anglosassoni.

Occuparsi di nuovo di agguati parlamentari per favorire il Monti-Bis, delle primarie della Santanchè (dura lotta con Sarah Palin!), di mezzi di trasporto inefficienti perché un sindaco dorme davanti ai Fori (lo capisco ha un ufficio stupendo!), di una regione (dita incrociate con il nuovo Presidente Crocetta) che non fa nulla per riportare a casa i suoi migliori cervelli (non parlo di me, ovviamente, non sono così narciso!) né trattenere quelli che ancora sono lì, di un comico che con un violento linguaggio fa breccia nella folla inferocita dalla crisi economica, causata da tanti troppi anni di malgoverno che la stessa folla ha spesso perdonato in nome di un bieco tornaconto personale (bello leggere che Grillo votava Berlusconi nel 1994 per le stesse ragioni per cui adesso è lui a chiedere il voto …), fa sentire quasi una sensazione di soffocamento e si vorrebbe – anche fisicamente – farsi un coast-to-coast, magari in treno, come Beppe Severgnini ha fatto, per la 7, in quel bellissimo reportage trasmesso a settembre e diretto da quello straordinario regista che è Andrea Salvadore.

Penso ci vorrà qualche giorno di sonno per recuperare non un differente Time Zone, ma proprio un fuso orario dello spirito ….

 

 

 

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