I signori, il prefetto, la Fornero e la cravatta

Uno straordinario Roberto Benigni ha presentato ieri sera, al TG1, il prossimo spettacolo televisivo che terrà sulla rete ammiraglia della RAI.

Non so se il comico toscano lo abbia fatto consapevolmente o meno fatto sta che ha ringraziato i vertici della RAI: la signora Tarantola e il signor Gubitosi. Ora era troppo fresca la storia del sacerdote campano, che ha dovuto subire la maleducata reprimenda di Sua Eccellenza Illustrissima il Prefetto di Napoli (melius abundare quam deficere!), per non notare come Benigni si sia rivolto ai due top manager della RAI. E se Gubitosi è un manager che viene dal mondo privato la signora Tarantola è dentro le istituzioni da sempre, essendo Vice Direttore Generale della Banca d’Italia. Non credo però che la Presidente della RAI se la sia presa per esser stata appellata con signora. Certo Benigni è Benigni ma quello che ha colpito del prefetto di Napoli è stata l’arroganza con la quale ha definito ciò che per lui era il rispetto delle istituzioni. Ciò che fa rabbia è che questi sedicenti servitori dello Stato non si rendono proprio conto che essere servitori dello Stato significa innanzi tutto essere servitori dei cittadini che sono coloro che pagano – talvolta anche molto lautamente – lo stipendio.

Così come trovo assurda tutta la polemica per la scelta della parola choosy da parte del Ministro Fornero la quale – ormai dovremmo averlo capito – non capisce una beneamata mazza di comunicazione pubblica. Sì perché la signora Fornero, ops Professoressa!, non si rende conto che non è più la docente universitaria. Ci tornerà all’insegnamento (almeno così ha promesso) ma fino a quando è ministro deve pesare le parole, per rispetto sempre del popolo italiano in nome del quale sta amministrando una porzione di Cosa Pubblica.

Ma sul merito la Ministro Fornero ha ragione da vendere: ci sono troppi ragazzi che non studiano o che hanno studiato discipline troppo inflazionate che fanno gli schizzinosi con le offerte che ricevono. E per 100 che invece non vanno troppo per il sottile sono quei pochi che naturalmente poi portano alle generalizzazioni. D’altronde è di non molto tempo fa un convegno, sempre alla presenza della Fornero, dove un ragazzo si giustificava di non lavorare in ristoranti e pizzerie, perché sarebbe stato costretto a lavorare di sabato e di domenica quando i suoi amici potevano uscire. E questo in bocca ad un diplomato dell’Istituto Alberghiero fa un po’ rabbia.

Ma la responsabilità di tutto questo e della choosiness così osteggiata dall’esponente del Governo è anche di noi genitori che teniamo i nostri figli nella bambagia e non li educhiamo alla cultura della dignità del lavoro.

Non ci rendiamo conto che quando li dobbiamo guidare, nel percorso educativo che intraprendono, dobbiamo pretendere che lo facciano capendo che si tratta di una strada senza sconti, almeno per la maggior parte di noi. Perché ricchi e raccomandati ci saranno sempre ma coloro che non appartengono né all’una né all’altra categoria potranno da un lato battersi affinché ci sia sempre più eguaglianza nella libera scelta di ciascuno, dall’altro dovranno pienamente comprendere che non tutti i percorsi educativi hanno lo sbocco che vorremmo.

Diventa quindi fondamentale il momento in cui si sceglie il proprio percorso di studi.

Ma la maturità sarà richiesta anche a noi genitori: è finito il tempo in cui tutti sognavano una laurea per il proprio figlio. Non basta. Avere un titolo di studio è solo il primo passo in una moderna economia di mercato e specialmente in un mondo come il nostro – dove un dottore non si nega a nessuno – dovremmo imparare seriamente a scegliere meglio le strade da percorrere. Naturalmente la classe dirigente, se riusciremo a produrne una degna di questo nome, ha il compito fondamentale di disegnare il modello di società del futuro, soprattutto per evitare che le famiglie brancolino nel buio quando si tratterà di consigliare i propri figli.

Ma c’è anche una cosa che dovremmo rivoluzionare ed è come intendiamo il nostro lavoro e il nostro posto di lavoro. Siamo tutti prigionieri da un lato dal sogno (legittimo) del posto fisso per tutta la vita, quello che ci consentirebbe di vivere serenamente senza il patema della continua ricerca. Ma dall’altro siamo figli di una cultura che vuole che schematizzare troppo le competenze, specialmente quando sono di alto livello. Così un laureato in ingegneria (ogni riferimento personale non è certo casuale!) è una specie di tecnico a vita, come se Carlo Emilio Gadda non sia potuto essere il grande scrittore che è stato nonostante fosse laureato in Ingegneria.

In questo c’è una specie di stallo culturale, probabilmente dovuto al fatto che nel nostro Paese sono stati pochi (nel passato, oggigiorno non saprei) gli studenti universitari che facevano qualche lavoretto. Le nostre famiglie, almeno quelle del ceto medio, non concepivano il desiderio di emancipazione e di indipendenza economia. Ciò a differenza degli altri paesi occidentali dove specialmente i Summer Jobs sono molto diffusi tra gli universitari.

Tutti sognano un lavoro dove andare in giacca e cravatta ma non ci si rende conto che a volte in jeans e t-shirt c’è molta più dignità: specialmente rispetto a tutti quei posti di lavoro nei quali la propria dignità viene calpestata.

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