Piuttosto che quant’altro

Ascolto su youtube la puntata di ieri della trasmissione di Lilli Gruber, Otto e Mezzo, con ospite Giulia Bongiorno, la straordinaria parlamentare finiana, la quale – nel rispondere alle domande della giornalista sudtirolese – cade anche lei nell’abuso del piuttosto che.

Devo confessare che fino a dieci anni fa – lavorando in contesti quasi esclusivamente multinazionali nei quali la lingua di lavoro adoperata era fondamentalmente l’inglese – facevo fatica a seguire le convention aziendali o le periodiche riunioni direzionali o di area durante le quali onestamente non capivo un’acca di quello che gli oratori dicevano.

Cioè mi spiego meglio: non capivo proprio il senso, non le parole utilizzate!

Mano a mano che il tempo passava  anche il mio piccolo cervellino ha compreso che a taluni livelli apicali l’espressione “piuttosto che” è semplicemente adoperata in luogo di oppure, preferendola a quest’ultima forse perché ritenuta troppo plebea o dozzinale, chi lo sa!

E come se non bastasse questo per configurare un attentato alla lingua di Dante, c’è stata ancora un’altra evoluzione (involuzione sarebbe meglio) linguistica: piuttosto che si è trasformato in sia!

Ad esempio non sarebbe sicuramente raro ascoltare durante un convegno che “la nostra azienda è stata incaricata di produrre uno studio piuttosto che un’analisi piuttosto che un memorandum”, intendendo che il committente li vuole tutti e tre!

Chissà perché anche la congiunzione ovvero è caduta in disuso (una volta adoperatissima!), eppure sono convinto che noi poveri plebei, che abbiamo studiato nelle scuole pubbliche e magari non veniamo dalle alte consulenze delle varie Andersen, McKinsey, McKerney e tutte quelle  svariate aziende-clone di alta consulenza (esiste una consulenza di ogni tipo!) che producono eserciti di oratori fanatici del piuttosto che, capiremmo più facilmente se il nostro consulente nutrizionale – che sarebbe il dietologo! – ci informa che per la nostra dieta serale la soluzione opportuna sarebbe stata un ovetto ovvero una bistecca (e non tutte e due!).

Capiremmo certamente di più di quanto non potremmo fare se il suggerimento fosse quello di ingurgitare un ovetto piuttosto che una bistecca!

D’altronde per noi comuni studenti di liceo pubblico, quelli che abbiamo comprato ad esempio lo Zingarelli,  quando alla voce “piuttosto che (con valore disgiuntivo)” leggiamo “(colloq., impropr.)” per il timore di incorrere nella famigerata matita rossa (o blu) del nostro insegnante di italiano, ci asteniamo proprio dallo scriverlo, non fosse altro per non beccarsi un bel tre.

E poiché non è per nulla contemplato l’uso del piuttosto che al posto di sia per estrema pigrizia e scarsa volontà innovatrice della lingua lasciamo che la sterile e plebea congiunzione sia spieghi all’uditorio le varie alternative.

 

E invece per capirci qualcosa a questi convegni o durante questi talk-show siamo costretti ad aspettare che si concluda tutta la frase, pronunciata dagli apicali e strapagati oratori e che magari contiene un numero spropositato di piuttosto che e che si chiude perfino con un altro enigma linguistico, quant’altro, che fa andare in tilt gli ultimi due neuroni rimasti accesi.

E spesso i vari piuttosto che sono adoperate con tutti e tre i significati sopra scritti! Insomma non si capisce una mazza!

Qui l’inglese proprio non c’entra nulla. Qui si tratta di un delirio snobistico che uccide la nostra bella lingua italiana. Forse sarebbe meglio parlare un po’ più normalmente, come un bambino di sei anni, piuttosto che ricercare le parole che suonano bene e sembrano più sofisticate ed invece sono semplicemente più ridicole.

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