Ius sanguinis

Ho ascoltato ieri sera, su Radio Capital, le parole di Claudio Fava, intervistato da Vittorio Zucconi ed Edoardo Buffoni durante la loro trasmissione serale dell’emittente del gruppo l’Espresso. Ora a me dispiace immensamente, lo dico con tutta la sincerità e l’affetto possibile, che Claudio, figlio di quel grandissimo giornalista che fu Pippo Fava e che pagò con la vita la lotta alla mafia e quindi lottò per la nostra libertà, di noi siciliani in primis, non possa partecipare alla tenzone elettorale di fine ottobre che vedrà i siciliani eleggere il loro Presidente.

Io capisco tutte le obiezioni di Fava sul fatto che soltanto per le elezioni del Presidente della Regione Siciliana e per i Deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana viga questa sorta di ius sanguinis per cui si debba essere necessariamente residenti in Sicilia affinché si ricoprano certe cariche. E lo capisco proprio perché l’esponente del partito di Vendola è stato candidato sindaco a Catania, eurodeputato, candidato a tante competizioni elettorali, ma mai in quelle regionali. E quindi forse personalmente avrà peccato di leggerezza. Ma la leggerezza maggiore, mi scuserà Claudio, è stata circondarsi di uno staff che di questa norma del 1951 se ne è ricordato soltanto durante il primo fine di settembre! Ora era da luglio, quando Monti convocò a Palazzo Chigi Raffaele Lombardo per chiedere lumi sulla situazione finanziaria sull’orlo della bancarotta della Sicilia, che si sapeva che a fine ottobre si sarebbe votato. È possibile che lo staff di Sinistra, Ecologia e Libertà non si stesse preparando scrupolosamente per la presentazione di candidati e liste elettorali? È mai possibile che siano tutti così intensamente romantici ed estasiati di fronte alle narrazioni del loro leader e non ci sia nessuno così rompiballe da spulciarsi tutta la normativa che disciplina le elezioni?

Naturalmente questo episodio, che verrà definito cavillo e sul quale si giocheranno, con tanti veleni, le prossime battaglie propagandistiche, in realtà nasconde un altro aspetto ed è quello del concetto di residenza. Basta aprire wikipedia e leggere che:

Secondo il codice civile italiano, la residenza è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale (articolo 43 II comma c.c.).

Poi, naturalmente, nella migliore delle tradizioni italiane, non è affatto specificato cosa sia la dimora abituale. Per generare un minimo di confusione, che non manca mai nel codice civile nostrano, si introduce anche il concetto di domicilio:

Il domicilio, nel diritto privato italiano, corrisponde al luogo in cui una persona “ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi” (articolo 43, primo comma c.c.)

Ed è qui che si raggiunge il massimo della fantasia e della creatività di noi italiani:  proprio perché il c.c. parla di affari ed interessi è evidente che non si tratta più di meri interessi economici, bensì anche di interessi di natura personale, sociale e politica.

E qui francamente non si capisce più nulla!

La cosa folle, di tutto questo intreccio di norme, codici e interessi, è che siamo nel 2012, XXI secolo, le base di dati (i database) sono stati inventati da oltre trenta anni e ancora siamo qui a distinguere fra residenza e domicilio, mentre si invoca flessibilità e mobilità di uomini e donne nel mercato del lavoro.

La verità è che a noi cittadini tutta questa confusione ha fatto e fa anche comodo. Innanzi tutto perché sulla residenza si giocano tante imposte e tanti tributi: a differenza ad esempio della Council Tax  di Londra, qui da noi le imposte sugli immobili, a carico del proprietario, hanno uno sconto se si tratta di prima casa e su questo concetto ci sono state e ci saranno nella prossima campagna elettorale nazionale battaglie e demagogie di enorme portata. Poi ci sono le tariffe sui rifiuti che vengono pagate dai residenti in misura scontata qualora l’abitazione risulti abitata da un solo residente. Infine c’è la certificazione ISEE e le liste di ammissioni agli asili nido comunali: tutto diventa grigio e nebuloso per cui chi è più furbo vince la lotteria.

Qualche esempio: assistiamo continuamente al proliferare di prime case affinché i meri proprietari paghino l’imposta IMU (prima ICI) in misura ridotta. Naturalmente ciò è stato molto più sfruttato da quando l’ICI sulla prima casa fu tolta, prima dal governo Prodi II e poi estesa da quello Berlusconi IV. Infatti c’è stata la gara a intestare case, comodati e atti notori ai parenti in linea retta affinché non si pagasse il tributo e si pagasse scontata la tariffa rifiuti. Poi c’è lo scandalo ISEE: sono a conoscenza di come molte coppie, con e senza bambini, decidano di fare separazioni fasulle, con residenze diverse quindi, pur mantenendo il tetto coniugale de facto (tanto si può sempre dire che si sta provando a riconciliarsi!): il tutto per ricevere agevolazioni sociali in termini di ISEE per le mense dei figli, o posti in graduatoria negli asili, sottraendo quindi il legittimo diritto a chi fondamentalmente dice la verità.

Ci fu addirittura una persona che mi suggerì di fare una separazione fasulla con mia moglie, impegnarmi formalmente ad un assegno annuale di mantenimento di 15.000 euro, sui quali lei quindi non avrebbe pagato l’IRPEF, e procedere quindi a detrazione dal mio imponibile di questi 15.000 euro. Il suo fu un esempio illuminante: “facciamo finta che guadagni  50.000 euro“, mi disse. “Se fai l’assegno di mantenimento a tua moglie di 15.000 paghi le tue tasse su 35.000 o giù di lì“. Ora è chiaro che per un meridionale come me, scaramantico per definizione, questo sarebbe già inaccettabile perché sembra che te la tiri addosso! Ma il punto ovviamente non è la scaramanzia: è che noi italiani, di fronte alla legge, non siamo tanto diversi dai vari Batman della politica.

Così siamo arrivati al punto in cui vogliamo semplicemente tutto: botte piena e moglie ubriaca.

Vogliamo il posto fisso e inamovibile, la casa di proprietà, nessuna tassa sugli immobili, nessuna tariffa rifiuti. Vogliamo che la spazzatura venga portata fuori dal mio giardino e chi se ne frega se in Olanda la inceneriscono, basta che l’inceneritore non lo facciano a casa mia.

Vogliamo che i nostri figli vadano alla scuola pubblica, mangino a mensa, abbiano il trasporto scolastico, il tutto facendolo pagare ai poveri fessi.

Vogliamo autobus, metro, tram … per gli altri, perché noi dobbiamo andare al lavoro con la nostra macchina o con la nostra moto perché abbiamo sempre tante cose da fare, mentre gli altri – evidentemente – non hanno mai una mazza di impegni!

Vogliamo che la sanità risparmi sulle sue spese ma poi naturalmente facciamo il pieno di farmaci da stipare nelle nostre farmacie domestiche, hai visto mai che un giorno possano servire!

Vogliamo che l’evasione venga combattuta ma quando poi una signora (parlo a ragion veduta!) rompe le palle a fruttivendoli, pescivendoli, macellai e panettieri pretendendo lo scontrino viene presa in giro e additata come una rompicoglioni forestiera (ogni riferimento alla mia, di signora, non è affatto casuale).

Cerchi di spiegare a tua figlia che non si ruba e che si rispettano gli altri ma di fronte a quegli occhi che si interrogano con un “ma perché papà allora quello ha fatto così?” devi spiegarle che nella vita esistono i buoni e i cattivi e che questi ultimi non sono solo gli orchi delle fiabe o le matrigne di Biancaneve e Cenerentola!

E sono quegli occhi di Elisa, così pieni di dubbi da colmare, che mi fanno montare una rabbia enorme nei confronti di questa, mi si perdonerà la scurrilità, merda di società. Fare i genitori è un mestiere molto difficile, nessuno te lo insegna e giorno per giorno devi prendere decisioni che non hanno soltanto effetti sulla tua di vita, ma anche e soprattutto su quella dei tuoi figli.

E non è affatto piacevole sentirsi – ogni giorno – don Quijote de la Mancha che lotta contro tanti, troppi, mulini a vento.

 

 

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