Il welfare all’italiana

Ci sono giorni che tu aspetti con tanta attesa, sicuro che – dopo – tutto sarà diverso. Oggi è uno di questi perché grazie ad una bellissima festa di compleanno, di una delle mie più care amiche, mia moglie ed io abbiamo lasciato – per la prima volta – dopo tre anni e mezzo mia figlia a dormire fuori casa, dal suo nonno. Ovviamente è potuto accadere in estate, in Sicilia, perché chi è forzatamente emigrante, come noi, vive lo scotto di non possedere nemmeno il più diffuso ammortizzatore sociale che le famiglie italiane possiedono: i nonni. O almeno, possiedono finora, dobbiamo dire! Perché certamente i nostri figli, ancora più nomadi dei genitori, probabilmente questo welfare non lo possederanno. Innanzi tutto perché le riforme delle pensioni, che in Italia ad esempio hanno spostato l’età pensionabile a quasi settanta anni, faranno rimanere nel mondo del lavoro fino ad un’età nella quale la generazione precedente invece poteva essere impiegata in altri scopi, quando non si godeva un meritato riposo.
Ora so bene che i conti pubblici, il benessere diffuso, la salute incredibilmente migliorata, tanto da permettere un’aspettativa di vita impensabile nell’immediato ultimo dopoguerra, hanno un costo e che non è più sopportabile pagare le pensioni a chi ha ancora potenziale da esprimere. Però …
Quello che manca, soprattutto nel nostro Paese, è che nello scambio intergenerazionale che abbiamo stipulato con le generazioni precedenti e che siamo in procinto di compiere con quelle future, manca un tassello fondamentale alla costruzione della nuova società italiana: sostituire i nonni. Non parlo ovviamente di una sera in discoteca come è stato per me e mia moglie ieri sera: per quella c’è sempre la possibilità di prendere una baby sitter che metta a dormire la prole, sebbene l’esperienza che i bambini compiono dormendo fuori casa è – ovviamente – diversa. Mi riferisco al fatto che i nonni costituiscono nel nostro tessuto sociale una esagerata forma di sostegno alle famiglie. A parte caso patologici, di nonni che non sentono la bellezza di vedere i propri geni trasmettersi a degli esseri piccolini, tipicamente per i nostri anziani è naturale pensare di aiutare i propri figli nell’accudire, almeno durante le ore diurne, i vitalissimi cuccioli di uomo.
Ovviamente anche loro hanno un tornaconto: non conosco nonno che non sia rinato dopo a nascita di un nipoti, o meglio ne conosco di questi ma si contano, per fortuna, sulle punta delle dite.
Il problema però si porrà, e in modo molto dirompente, quando fra qualche tempo noi non saremo in grado di fare lo stesso con i nostri, di nipoti.
Nella demagoga imperante, sulle tasse, sul governo ladro (qualunque) e sulle caste (sempre quelle degli altri, ovviamente) non si sente mai nessuna intelligente proposta che venga incontro alle esigenze delle famiglie e anche delle coppie.
Sì, anche delle coppie. Perché vittime di un mondo, purtroppo troppo dipendente dalla morale cattolica di convenienza e poco di quella evangelica (nel senso delle Scritture, non della confessione protestante) letterale, viviamo ancora prigionieri del fatto che le coppie siano degli strumenti solo per la procreazione e che cessino di vivere come singoli e come coppie nel momento in cui le loro vite vengono stravolte, nel bene e nel male, dalla nascita di un bambino. Sempre naturalmente nella conformità di giudizio che rende inqualificabile, agli occhi sociali, una coppia, un padre e una madre, che desiderino per sé qualche momento di svago, di distrazione e di ricarica delle energie che si spendono nell’allevare le loro creature.
Vittime in tal senso di quello che io sono solito pensare come il cattolicesimo catastrofico, quello che teorizza la realizzazione della vita degli individui soltanto nel passaggio attraverso la catarsi della sofferenza, come se soltanto attraverso il cilicio quotidiano della vita si possa aspirare ad essere felici e realizzati. La mia opinione è invece orientata più verso un cattolicesimo responsabile, per chi è cattolico si intende, cioè che ritiene non ci sia niente di sbagliato nella ricerca della felicità e che la vita non debba essere – necessariamente e ineluttabilmente – triste. E diffido anche di coloro che storcono il naso di fronte a padri e a madri che definiscono talvolta i loro figli come delle colossali rotture di coglioni, scusandomi per l’espressione.
Chi scrive adora la propria figlia, non potrebbe più vivere senza e non credo io possa provare gioia e felicità più grande di quando guardo i due laghi che ha al posto degli occhi. Però mi sento di dire che quando si riesce a recuperare un po’ di individualità e di tempo per la vita di coppia si respira un po’, si scaricano le tensioni che la vita e le preoccupazioni di tutti i giorni, la maggior parte delle quali rivolte proprio ai nostri figli, ci riservano.
Rimango molto scettico quando uomini e donne hanno paura di manifestare la loro stanchezza nell’accudire i figli (e mi incazzo di brutto quando sento queste parole da chi affida quotidianamente i propri cuccioli alle cure delle nonne e dei nonni) perché secondo me mentono, soprattutto a se stessi.
Il punto è che non stiamo creando, per i nostri figli, una valida alternativa al welfare familiare e le nostre tasche, anzi le loro tasche, quelle dei nostri figli, ne risentiranno, premiando ancora di più non il merito e le capacità, bensì chi avrà ereditato dalle proprie famiglie di origine, le possibilità economiche per alleviare le sofferenze finanziarie, acuendo ancora di più il vero spread che dovrebbe fare paura, quello tra i ricchi e i poveri, togliendo a questi ultimi anche quote di speranza affinché la felicità tanto agognata possa essere raggiunta.
Forse sarebbe stato il caso di metter in Costituzione, oltre al pareggio di bilancio recentemente inserito, anche l’eguaglianza del diritto ad essere felici, sul modello della Costituzione Americana.
Perché non può essere funzione del salario e nemmeno del patrimonio ereditato la ricerca della felicità degli individui, delle coppie e delle famiglie.

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