Venerdì 13

Negli ultimi due giorni si fa un gran parlare della nuova (la sesta) discesa in campo di Berlusconi.

Ne ho discusso molto con una mia amica, la quale mi ha minacciato praticamente di togliermi anche il saluto se continuo a prendere questo argomento, e vorrei oggi segnalare questo bel post di Mino Fuccillo su Blitz Quotidiano (di ieri).

Ora mentre la mia amica è più ottimista di me e pensa che gli italiani non consegneranno per la quarta volta le chiavi del potere al Cavaliere, io non sono dello stesso avviso. Così – dato che oggi è venerdì 13 – per esorcizzare la sfiga faccio questa previsione: Silvio Berlusconi, se si candiderà effettivamente a capo della coalizione di centrodestra alle prossime elezioni politiche (che si terranno ovviamente con il porcellum perché nessuno ha interesse specifico a cambiare la legge elettorale che ormai piace anche a Beppe Grillo perché hai visto mai che riesce a fare Bingo!), vincerà le elezioni e diventerà per la quinta volta Presidente del Consiglio dei Ministri.

Non scherzo come l’altro giorno, sono serio.

Cerco di spiegare perché ho questa sensazione. Innanzi tutto ai sondaggi credo pochissimo, specialmente quando il livello supposto di astensione è così elevato. Inoltre l’ex premier ha quasi sempre vinto le elezioni e quando le ha – per così dire – perse, in realtà, per usare le parole di Bersani, le ha non vinte. Nel 1996 se Bossi non fosse andato per i fatti suoi avrebbe sicuramente rivinto le elezioni. Basti pensare che mentre al Senato l’Ulivo ottenne una discreta maggioranza dell’assemblea, alla Camera dei Deputati (quella dove votano i giovani, tanto per ricordarlo) Prodi ottenne la fiducia grazie all’appoggio esterno di Rifondazione Comunista che aveva fatto l’accordo di desistenza in cambio di collegi sicuri, scelta che si rivelò folle per entrambe le parti (il PRC si spaccò a seguito della sfiducia al Professore). Dieci anni dopo, nel 2006, al Senato Berlusconi in realtà vinse le elezioni e se ottenne due senatori in meno (che poi cercò di comprare, si ricorderà, e ci riuscì), fu perché il povero Mirko Tremaglia, dopo essersi battuto come un leone per ottenere il voto per gli italiani all’estero (meccanismo comunque folle perché qualcuno mi dovrebbe spiegare che senso hanno le circoscrizioni praticamente planetarie!) alla fine non si accorse che il meccanismo elettorale, cambiato in fretta e furia prima del voto, si ritorse contro e consegnò a Prodi due senatori in più. Alla Camera (sempre quella dei giovani, ricordiamolo!) Silvio Berlusconi recuperò in maniera pazzesca dai sondaggi che lo davano annientato, specialmente dopo l’ultimo confronto televisivo con Romano Prodi, promettendo l’abolizione dell’ICI, mentre guardava fissa la telecamera con la sapienza del perfetto e abile venditore di tappeti.

L’Unione vinse per 24.000 voti e proprio l’esiguità di quella vittoria, che però consegnava 340 deputati al centrosinistra, consentì al Cavaliere di gridare – per due anni! – ai brogli. Alla fine tra senatori comprati e due comunisti, Rossi e Turigliatto, purissimi, come l’acqua minerale di una nota marca, Romano Prodi fu sfiduciato nel gennaio del 2008, Franco Marini (all’epoca Presidente del Senato) non riuscì a formare un nuovo governo a seguito del mandato esplorativo che il Capo dello Stato gli affidò, e si tornò di nuovo alle urne e di nuovo con il porcellum. Come noto Berlusconi vinse schiacciando Walter Veltroni che comunque portò il suo neonato Partito Democratico a oltre il 33%, con la scelta – coraggiosa o masochista dipende dai punti di vista – di correre da solo, alleato soltanto con l’Italia dei Valori di Di Pietro (si narra con l’impegno dell’ex giudice di Mani Pulite di confluire nel PD, cosa che poi non è avvenuta). Quel risultato il partito ora guidato da Bersani non lo ha mai più raggiunto e gli ultimi sondaggi lo danno abbondantemente sotto (circa il 26%).

Ora se da un lato è vero che dopo otto anni di governo più o meno consecutivo gli italiani dovrebbero aver capito perché è unfit to lead Italy (cit. The Economist), nella realtà una grossa fetta della popolazione continua a credere nel supposto miracolo dell’imprenditore e cerca – come ha sempre fatto – l’Uomo della Provvidenza, soprattutto per evitare di assumersi in prima persona le responsabilità. Se ci aggiungiamo il controllo delle televisioni private, la sapienza comunicativa e l’incapacità degli avversari di contrastarlo e stanarlo durante i dibattiti televisivi (sempre se ci saranno, ovviamente), Berlusconi si pone in una posizione avvantaggiata nella prossima campagna elettorale. Fa il gioco delle tre carte con il Governo Monti: lo vota a Montecitorio ma in TV fa la voce grossa. Quanti sono gli italiani che guardano il TG1 e quanti sono quelli che leggono i resoconti parlamentari delle sedute e delle votazioni?

Poi ci sono tutte le ragioni elencate da Fuccillo che condivido tutte, una per una: il nostro Paese, che soffre di amnesia come pochi, non è soltanto un paese conservatore. Perché se così fosse avrebbe espresso nel tempo una vera classe politica di destra, come in Inghilterra, Francia e Germania. No, noi siamo il Paese dell’oggi, come scrive l’ex editorialista di Repubblica: preferiamo avere adesso quello che possiamo raccattare anziché pianificare il futuro.

Inoltre abbiamo la sinistra più tafazzista dell’intero universo, capace di dividersi su mille distinguo, chiedendo ad esempio l’intervento dell’ONU nelle zone calde della Terra, salvo naturalmente votare contro il finanziamento delle missioni di pace (Prodi praticamente non aveva la maggioranza in Politica estera, come puntualmente facevano notare la destra, caso credo unico nel mondo democratico). Vuole la conservazione dei posti di lavoro ma non spiega qual è la ricetta per la creazione degli stessi posti di lavoro, perché mi sembra abbastanza palese che la ricetta dei posti pubblici non ha funzionato (l’Unione Sovietica docet).

In cambio dell’inamovibilità di impiegati e dipendenti pubblici fancazzisti, in nome di non so quale criterio, ha sacrificato la meritocrazia, come se premiare il merito, cioè chi è più bravo, fosse un concetto troppo spinto del capitalismo e non lo stimolo affinché si lavori meglio.

Infine abbiamo una classe dirigente, tutta, politica, sindacale, industriale, civile, così debole che è relativamente semplice che fenomeni populisti, tipici delle nazioni sudamericane, prendono facilmente piede.

Basta gridare al tutti ladri per far sì che si crei un movimento di popolo pronto a votarti perché siamo innanzi tutto dei tifosi contro e non dei tifosi per.

Per tutta questa serie di ragioni la mia previsione, oggi venerdì 13 luglio 2012, giornata della sfortuna e della scaramanzia, è che fra dieci mesi Silvio Berlusconi tornerà a Palazzo Chigi per altri cinque anni e chissà se dopo quelli non ce lo ritroveremo anche al Quirinale per altri sette. D’altronde Giorgio Napolitano ha compiuto da poco 87 anni. Fra dodici il Cavaliere arriverà a 88 e potrà godersi – forse – il meritato riposo a Palazzo Madama come Senatore a vita (di diritto).

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