Insegnamenti

Prima di tornare ad occuparci di cose più serie, e cioè dei Campionati Europei di Calcio e la relativa galletita che spagnoli e croati potrebbero scambiarsi, voglio raccontare cosa mi è capitato ieri in mattinata.

Aspettavo un operaio per prendere un po’ di ferro e un elettrodomestico guasto dalla casa in campagna di mia moglie: si presenta intorno alle 11 un marcantonio che sollevava la nostra lavatrice da solo. Lo pseudo-cronista che c’è in me non ha resistito e gli ho chiesto le origini, dato che si avvertiva che l’accento non fosse italiano. Mi ha risposto che era marocchino (al che io, per socializzare gli dico che anche io sono praticamente africano, provenendo dalla Sicilia …) e che riusciva, riempiendo tutto il furgone, a racimolare circa 40 euro al giorno, tutti i santi giorni della settimana, tranne il venerdì, nel quale, si concedeva mezza giornata di riposo per santificare il giorno dedicato ad Allah.

Gli ho chiesto da quanto tempo fosse in Italia e da quanto facesse quel durissimo (almeno per me che ho due ernie discali!) lavoro e mi ha risposto che ormai sono nove anni che si trova nel nostro Paese ma che prima lavorava per un’azienda nel settore edile, dove si occupava anche di posa di asfalto nelle strade.

Incuriosito gli ho chiesto come mai avesse deciso di mettersi in proprio e fare proprio quel mestiere lì. Mi ha risposto che ha dovuto inventarsi un lavoro perché la ditta per la quale lavorava era a conduzione familiare e –  morto il titolare –  i figli non avevano avuto né la voglia né l’intenzione di proseguire l’impresa.

Ecco spiegato uno dei tanti problemi che affliggono il capitalismo italiano: l’eccesso di presenza di aziende a conduzione familiare, che prima danno occupazione ( e ciò è ovviamente un bene) poi però rischiano la chiusura se non si evolvono con capitali e asset differenti dalla buona volontà dei fondatori.

La famiglia è importante in qualunque paese occidentale e sicuramente uno dei fattori determinanti per il successo di una startup è l’appoggio dei propri familiari o quanto meno la loro neutralità. Ed è ovvio e scontato che i primi capitali – per la fondazione di una società – vengono quasi sempre reperiti in famiglia. Poi però noi ci fermiamo lì, su larga scala. Pensiamo infatti a quello che accade nella Valley: quante aziende sono nate in garage della California! Ma quando queste aziende si solidificano, se vogliono rimanere competitive e sul mercato, devo sciogliere i loro legami familiari e con i loro fondatori, aprirsi al mercato dei capitali e quindi essere gestite più come patrimonio privato della collettività dell’industria che come patrimonio privato di famiglie.

Prendiamo ad esempio la società a più alta capitalizzazione della Borsa americana: la Apple. Negli anni Ottanta non ha esitato a liberarsi addirittura del fondatore, Steve Jobs, pur di perseguire i propri obiettivi. Fece male, fece bene, la storia lo dirà, ma è scontato che se un’azienda riesce veramente ad essere gestita in maniera separata dai proprietari allora è qualcosa che può creare valore.

Nel nostro capitalismo, invece,  la stragrande maggioranza delle aziende nasce come impresa di famiglia e si tramanda di padre in figlio, con il rischio che quest’ultimo non possa avere le stesse capacità del padre e quindi rovini l’azienda e i suoi dipendenti. A maggior ragione quando si tratta di micro e piccole imprese dove l’estrema esiguità del numero degli addetti porta ancora oggi a un capitalismo più di tipo padronale che industriale, e quindi un modello di sviluppo basato più sul ricatto verso l’addetto che verso un vero rapporto dialettico fra datore di lavoro e dipendente.

Dopo questo racconto sull’economia locale nello spoletino ricominciamo a contare le ore che mancano alla sfida con l’Irlanda del Trap, sperando che per una volta la premiata pasticceria calcistica chiuda e non ci siano biscotti …. Sempre che i nostri ragazzotti in mutande e maglietta azzurre riescano finalmente a segnare senza prendere gol …

 

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