Nostalgia canaglia

Sarà per averne parlato recentemente con due mie care amiche, di vecchia e nuova data, sarà per i nuovi servizi televisivi su tablet che mi fanno vedere la TV ovunque, sarà per qualche vecchia foto scovata recentemente, sarà per tutto questo ma mi è venuta una grande nostalgia di quando – da fine maggio alla prima settimana di luglio – passavo tutti i pomeriggi (caldissimi) catanesi giocando con l’antenna TV per prendere Telecapodistria.

L’emittente slovena in lingua italiana era l’unica a trasmettere – dopo che la RAI TV perdette i diritti televisivi per l’Italia – i tornei di tennis sull’erba inglese.

Adoravo il tennis sull’erba e amavo in particolar modo colui che – a mio avviso – è stato il più grande genio di questo gioco: John P. McEnroe. Lo veneravo letteralmente, ne imitavo (si fa per dire!) il servizio, cercavo le demi-volée sullo stile del tennista americano, non mi perdevo nemmeno un match del mancino del Queens.

Cominciavo la mia primavera tennistica seguendo un poco gli Open di Roma, che però avevano un po’ perso smalto dopo Panatta e si è dovuto attendere questo secolo per un ritorno in auge dei Campionati internazionali d’Italia, divorando di seguito Roland Garros, Queens e infine il mio mito: Wimbledon.

Che emozione le due volte che sono entrato sulle tribune del Centrale dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club! L’ultima volta ero già universitario ma mi emozionava ancora come un bambino. L’anno dopo John lasciò il tennis e praticamente lo lasciai anche io in TV, seguendolo con un distacco, da amante tradito.

Ricordo con molta tenerezza la mia prima racchetta e i primi corsi di tennis a San Giovanni la Punta, paesino alle pendici dell’Etna immediatamente fuori Catania. E le interminabili lezioni così noiose che se non finivano con una bella competizione al meglio dei tre giochi non mi divertivano assolutamente! Un pomeriggio il maestro decise di fare un mini torneo di tennis fra i suoi bambini allievi al meglio dei tre games. Torneo di doppio dove io ero ovviamente in coppia con il mio cuginone Giovanni, con il quale sono cresciuto. Per la sua disperazione (quante racchette avrebbe voluto spaccarmi in testa!) giocavo svogliatamente fino a quando il maestro comunicò la parolina magica, il premio per chi avesse vinto quel mini torneo: un gelato a fine allenamento! Racconta ancora oggi mio cugino della trasformazione agonistica che scattò nel mio cervello: servizio, volée e punto! Alè! Semifinale, finale e vittoria! Il gelato era mio!

Con mio cugino, più grande di me di solo un anno e mezzo ma ahimè di venti centimetri, non riuscivo mai a vincere un singolo.

Fino a quando, in un pomeriggio silano, al meglio dei cinque set e sotto di due finalmente si concretizzò il mio sogno: batterlo! Giocai uno stupendo tennis, rimontai e vinsi. Il merito andò tutto – come raccontai a Giovanni subito dopo – ad Alan Sorrenti e alla sua “Tu sei l’unica donna per me“: l’avevo ascoltata alla radio la mattina e ce l’avevo in mente per tutti e due i primi set e per scacciarla cominciai a colpire la palla con tutta la forza nervosa di chi non ne poteva più di sentire il falsetto del cantante italo-gallese.

Capii che non sarei mai diventato un vero giocatore di tennis qualche anno dopo, nonostante due mitiche Dunlop Max 200G, con diversa cordatura per sfruttare le diverse condizioni dei match (cioè della mia testa!), che mi rendevano – secondo il mio modestissimo parere – sempre più vicino a John.

Un’estate avevo deciso di partecipare a due tornei NC, per Non Classificati, in provincia di Catania. Si disputavano sulla terra rossa e ovviamente io la odiavo, come il mio idolo! Durante il primo torneo che disputai fui sorteggiato per giocare il primo incontro intorno alle 16.

“Bene”, pensavo. “Ho il tempo di pranzare, riposare e poi mi faccio portare al campo”. Invece mi chiamarono per anticipare di due ore il match e quindi andai subito dopo pranzo.

Mio cugino non partecipò  a quel torneo ma mi accompagnò insieme a mio nonno.

Giocai un tennis delizioso per quattro giochi, serve and volley, risposte anticipate, passanti, palle corte, recuperi …

Quattro a zero.

Dopo di che il buio. Il mio avversario non solo prende le misure ma letteralmente mi annienta. Perdo il primo set subendo sei game di fila e nel secondo ne racimolo solo due, chiudendo indecorosamente l’incontro.

Quando mio cugino mi cerca di consolare chiedendomi cosa fosse successo e perché sembrava non avessi più gambe gli risposi: “Giovanni che vuoi che ti dica? Si è riproposta la caponatina!” – risposi candidamente – come se fosse assolutamente normale per un atleta pranzare, prima di un match, con la caponatina.

Ecco quel giorno capii che il mio tennis non avrebbe avuto futuro, se non in poltrona, per il semplice ed inconfutabile fatto che all’amore per la racchetta avevo sostituito quello per uno strumento che amavo sicuramente di più: la forchetta!

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