The Golden Rule

Grande risalto è stato dato, dalla stampa mondiale, all’endorsement del Presidente Obama alle battaglie civili in difesa delle unioni e del matrimonio fra persone omosessuali. Poco risalto, salvo lodevoli eccezioni, è stato dato all’origine del ragionamento del Capo della Casa Bianca: a questo convincimento, rifletteva Obama, sono giunto perché sono cristiano e innanzi tutto non devo fare agli altri ciò che non voglio sia fatto me.

Naturalmente non sono così ingenuo da non comprendere il timing di questa uscita del Presidente statunitense: in USA vi è la campagna elettorale per la sua rielezione e Obama ha rastrellato un milione di dollari, in piccole donazioni, nelle sole tre ore successive alla sua intervista. Però quel riferimento alla sua cristianità mi ha colpito: innanzi tutto perché è la prima volta che il principio di reciprocità, incarnato dalla famosissima regola aurea di Gesù, viene adoperato per invocare il rispetto di uguaglianza dei diritti civili dei gay. In secondo luogo perché per la prima volta, a battersi affinché tale diritto fosse riconosciuto, non era il Governatore di uno degli stati più avanzati del New England,  il Primo Ministro canadese o britannico,  il Capo del Governo olandese. Ma è il Capo del Governo Federale degli Stati Uniti e sebbene abbia ribadito che la materia fosse di competenza statale ovviamente non può non risaltare, agli occhi della comunità internazionale, che l’uomo a capo della più importante democrazia del pianeta abbia preso una posizione così progressista.

Inoltre colpisce la radice religiosa del suo ragionamento perché è quello che molti – i cosiddetti cattolici adulti – nel nostro Paese sostengono e cioè che lo Stato – per essere veramente e finalmente laico – dovrebbe concedere ai cittadini tutti i diritti che essi ricevono dalla Costituzione, indipendentemente da come svolgono la loro attività sessuale tra le lenzuola.

Certo in un Paese dove la gerarchia ecclesiastica è potentissima, soprattutto perché debolissima è la controparte politica che dovrebbe bilanciarla, un ragionamento come quello di Obama non sarebbe mai accettato, anche perché noi abbiamo un modo tutto nostro di essere cristiani. A volte ho l’impressione che i cattolici si siano scordati che innanzi tutto essi sono cristiani e poi di confessione cattolica. Solo che la massima riportata da Barack Obama si trova nello stesso Vangelo che sia il protestante Obama sia il cattolico Benedetto XVI credono sia Parola del Signore.

Ora ovviamente la competenza teologica del Pontefice nessuno vuole metterla in discussione ma la posizione di Obama mi sembra veramente ragionevole: perché una coppia o una famiglia cattolica dovrebbe sentirsi messa in pericolo dalla presenza di altri cittadini che posseggono gli stessi loro diritti e che l’unica differenza la si ha tra le quattro mura delle loro abitazioni, per la scelta di individui dello stesso sesso di amarsi l’un l’altro? Naturalmente la Chiesa ha tutto il diritto e il dovere di sostenere le sue tesi in tema di procreazione, orientamento sessuale, celibato sacerdotale, aborto, divorzio, contraccezione. Ma non dovrebbe dimenticare che il suo Messaggio dovrebbe innanzi tutto essere rivolto ai propri fedeli, invitandoli a rispettarlo, ma anche ad ascoltare quanti – Vito Mancuso docet – anche all’interno della Chiesa stessa provano ad attualizzarlo, inserendolo nel contesto dell’odierna società.

A scanso di facili equivoci c’è da ricordare che la comunità afro-americana della California ha fatto lobby contro il referendum del Golden State sul matrimonio omosessuale, e che quindi sarà interessante sapere sia quanti voti avrà guadagnato Obama ma anche quanti ne avrà persi.

Una cosa mi sembra evidente: l’animale politico della campagna elettorale del 2008 è tornato, dopo quattro anni di tiepido governo e timide riforme, specialmente quando – nei primi due anni di mandato – aveva la maggioranza assoluta del Congresso.

Il tema dei diritti civili, che sempre è partito dall’America e poi con un vento impetuoso ha travolto tutte le altre nazioni del cosiddetto Occidente, è tornato prepotentemente tra gli argomenti della campagna elettorale, segno che l’America la crisi economica la sta superando e che si può permettere il lusso di giocare la campagna presidenziale anche su temi di coscienza e non soltanto di portafoglio.

 

 

 

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