Questione aritmetica

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ammonisce sul fatto che l’Italia è un paese anziano e che quindi bisogna lavorare “di più, in più e più a lungo” (sic).

Non vorrei sembrare troppo ridicolo ma la soluzione ad un problema matematico con quattro variabili si affronta agendo su tutte e quattro. Quindi se comprendo bene che si lavori in più, soprattutto sfruttando le donne che sono sottoutilizzate nel nostro Paese e che quindi rappresentano una risorsa per la crescita, se si lavora più a lungo, e in questo senso che abbiamo accettato la riforma delle pensioni che ci farà lavorare fino a 67 anni in maniera tale da rendere sostenibile la previdenza, quello che non riesco a comprendere è come suggerisce di agire il Governatore sulle altre due variabili che egli ha posto in risalto: lavorare di più ed età media del paese. Se la matematica non è un opinione innanzi tutto il problema dei problemi è che l’Italia è un paese anziano e siccome grazie a Dio non facciamo più una guerra mondiale come abbiamo fatto nella prima parte del secolo scorso ogni venti anni, l’unico modo per abbassare l’età media del paese è favorire, con investimenti pubblici, l’unica risorsa che consente tale abbassamento: i figli.

Se in Italia il tasso di fecondità è così basso probabilmente è anche lì che bisogna agire. Ma fare figli è diventata un’impresa: ci si pone, quando si è di fronte alla scelta di fare il secondo figlio, ad analizzare costi e benefici, domandandoci ce lo possiamo permettere? Ecco ho la sensazione che con una politica solo di austerità, che pensi solamente a far quadrare i conti, non si andrà da nessuna parte. Innanzi tutto perché con l’attuale sistema assistenziale e con la mentalità padronale degli imprenditori (specialmente i piccoli e medi) le donne saranno sempre meno invogliate a fare figli poiché devono due volte sacrificarsi: la prima sul lavoro, rinunciando magari a qualche carriera perché vengono penalizzate rispetto ai maschietti. La seconda perché con la solita mentalità ipermaschilista della nostra società i papà sono ancora molto lontani dal prendersi cura e carico della prole. Ciò che forse farebbe cambiare il nostro modo di porci di fronte all’interrogativo di fare o no un altro figlio potrebbe essere nel cambiare la legge sulla tutela della maternità ed imporre per legge il congendo di paternità nei tre mesi successivi alla nascita del figlio. Inoltre durante il cosiddetto periodo di allattamento obbligare entrambi i genitori all’orario ridotto di due ore. Infine alzare ad almeno il 50%, se non il 70%, l’indennità del Congedo Parentale, l’astensione facoltativa per accudire i figli e consentire che tale congedo lo si possa prendere simultaneamente senza ricorrere a patetiche carte false che spesso vengono fatte specialmente quando uno dei due ha ad esempio una fantomatica partiva IVA (maternità ed astensione facoltativa valgono solo per i lavoratori dipendenti, ovviamente).

Rendendo paritaria la condizione di padri e madri – veramente paritaria almeno da un punto di vista sociale, poi biologicamente sono le donne che si portano dietro il fagottino per nove mesi e si sdrenano per allattare al seno (quando possono) – non ci sarebbero le discriminazioni al momento dell’assunzione di una donna in età feconda, magari appena sposata, come capitò a mia moglie sei anni fa fresca di matrimonio e appena trentenne! Troppo probabile una gravidanza e quindi niente, avanti il prossimo!

Ovviamente questo risultato costituirebbe soltanto una condizione necessaria ma non sufficiente ad invertire la rotta: ciò che serve è una seria politica per le famiglie, che attualmente devono svenarsi direttamente o indirettamente per mantenere i figli. E fra venti anni, quando la generazione dei nostri genitori presumibilmente sarà passata a miglior vita, non ci saranno nemmeno gli ammortizzatori sociali per eccellenza che sono i nonni e le loro pensioni, calcolate con il sistema retribuitivo, e saremo noi – i nonni – con delle pensioni basse a non poterci fare carico dei nipoti. Per uscire dallo stallo un nuovo piano di asili nido, scuole aperte, attività extra didattiche e flessibilità dell’orario di lavoro, anche con utilizzo delle nuove tecnologie, sono ormai indifferibili se si vuole ringiovanire questo paese.

Poi naturalmente c’è l’immigrazione e la sua gestione: è completamente antieconomico (oltre che razzista) non dare la cittadinanza a chi nasce e vive in Italia. Perché dopo aver curato, istruito e formato una persona per diciotto anni rimandarla da qualche altra parte significa aver preso quegli investimenti ed averli buttati via (o nel cesso, se preferiamo!).

Ora mi rendo conto che ammortizzatori sociali, politiche genitoriali e familiari hanno ovviamente un costo e si pone il problema di come finanziare questi costi. Innanzi tutto penso che l’evasione fiscale, insieme con il ricatto della criminalità organizzata, costituisca il freno a qualunque crescita del nostro Paese. Se riuscissimo ad allargare la base dei contribuenti migliorerebbero le entrate e renderebbero la società più equa. Inoltre una seria politica di integrazione europea, specialmente in tema di politica estera e di politica di difesa, consentirebbe delle economie di scala veramente notevoli. Si pensi a tutta la polemica – giusta o sbagliata che sia la scelta – sui nuovi caccia ordinati dalla Difesa. Non entro nel merito della questione, già mi scontrai con un lettore qualche tempo fa, ma se ci fosse una vera Unione Europea, dotata di Difesa unica, probabilmente si potrebbero spalmare i mezzi e le forze armate su tutti i paesi. D’altronde che senso ha ancora, nel 2012, avere tutte queste forze armate nel Vecchio Continente? Stesso dicasi per la politica estera: non sarebbe il caso di razionalizzare le sedi diplomatiche che comportano costi di personale, approvvigionamento di beni e servizi e gestione di immobili?

E la famosa spending review che il presidente Monti ha annunciato in sede di presentazione del suo Governo alle Camere dovrebbe avere il compito di razionalizzare la spesa pubblica, e non solo di capire dove risparmiare. Razionalizzare è diverso e più difficile di creare risparmi, perché presuppone un quid in più (va di moda il latino ultimamente!). Infatti significa innanzi tutto capire se una cosa sia utile o meno. Facciamo un esempio molto inflazionato, quello delle auto blu: il problema l’ha posto correttamente il ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi da Lilli Gruber. Valutare se sia più conveniente comprare o prendere a noleggio. E questa cosa andrebbe fatta praticamente sempre! Mi serve comprare un certo bene, metterlo a casa, gestirlo, mantenerlo o piuttosto mi conviene acquistare un servizio di noleggio dello stesso?

Sono necessari ad esempio gli acquisti di beni informatici, dato che essi si svalutano in men che non si dica e quindi lo stesso patrimonio informatico vale di meno? Ha senso ancora pensare alle licenze di Office Automation o si può pensare di lavorare con Open Source? Il problema è che spesso la risposta a queste domande non è univoca, nel senso che quella corretta è dipende. Si fa un gran parlare di nuvola, il cloud computing, e si pone subito l’accento sulla tematica della sicurezza senza però declinare il concetto di sicurezza. Voglio dire se qualcuno mi viola il mio sito internet, dico pazienza, mi tocca lavorare un po’ e ripristino tutto. C’è un danno ma è circoscritto. Ma se mi viene violato il mio archivio fotografico originale a casa allora il danno è enorme, perché ci sono implicazioni di carattere legale, diritti di autore, e la quantificazione del danno è ovviamente assai differente.

Ecco noi in Italia, quando affrontiamo i problemi di natura economica, agiamo con la logica del bianco e del nero, quando spesso invece la logica è quella del dipende. Siamo stati bravissimi nel piegare alle esigenze della politica politicante anche i numeri e la matematica. Paradossalmente in un sistema di due equazioni in due incognite, che per la matematica se ammette soluzione ne ammette una e una sola, in politica riusciremmo ad avere almeno due soluzioni, una di destra e una di sinistra. E così i periti di parte si trasformano in tecnici di destra e tecnici di sinistra, piegando i numeri sulla convenienza spicciola del tempo.

Solo una visione orientata alla crescita, equa e sostenibile, potrà probabilmente farci uscire dalla situazione critica nella quale siamo impantanati, con un paese vecchio, stanco ed immobile, fermo a guardare allo specchio il proprio declino, rivangando fasti perduti e vecchi tempi andati.

Annunci