Ma dov’è la novità?

Mi ha fatto molto sorridere leggere di Mitt Romney e del suo “altri quattro anni con Obama e gli USA si ridurranno come l’Italia“. So bene che il candidato repubblicano si riferisce alla crisi del nostro debito sovrano, allo stato sociale ed assistenziale che vi è nel nostro Paese e nei paesi europei e che spesso il Presidente Obama prende a modello per gli stati dell’Unione Europea e ancor di più il suo vicino di casa, il Canada: mi ha suscitato una certa ilarità, tale dichiarazione dell’ex governatore del Massachusetts, perché ho ancora fresco fresco nella mente un passo dell’ultimo libro di Federico Rampini, Alla mia Sinistra, dove il corrispondente dagli Stati Uniti de la Repubblica racconta il pensiero dei suoi amici americani e di svariate persone, dei più disparati settori della società statunitense, che manifestano una genuina e enorme ammirazione per il nostro Paese e per il nostro patrimonio artistico e culturale.

È ovvio che le dichiarazioni di Romney siano da leggere ad uso interno, nell’ambito cioè della dura battaglia per conquistare la nomination repubblicana per sfidare Barack Obama, però in un mondo così cambiato, dove l’egemonia americana va oggettivamente diminuendo e il declino occidentale, sulle due sponde dell’Atlantico, è inconfutabile e il centro della geopolitica e dell’economia si sta spostando sempre di più verso il Pacifico, ascoltare ancora parole di stampo reaganiano e thatcheriano fa saltare sulla sedia e riporta la mente a bei tempi andati che proprio non si ricordano. Continuare ad accusare di socialismo il presidente Obama, che è come la solita manfrina del nostro ex Presidente del Consiglio Berlusconi nei confronti dei comunisti, identificando così praticamente tutti coloro che gli si opponevano, sembra francamente surreale: continuare a ritenere, nel 2012, che la politica del trickle-down porti dei benefici anche a chi sta più in basso nella scala sociale è semplicemente disonesto. Le deregulation degli anni 80 e tutte le politiche economiche americane e britanniche, dei governi conservatori di Reagan e Thatcher, e che ebbero una  loro origine storica,  nel 1978, con la famosa California Proposition 13, hanno miseramente fallito tanto quanto ebbe a fallire il modello di socialismo reale dell’Unione Sovietica. Ed il fallimento è sotto gli occhi di tutti: era (ed è) inaccettabile, socialmente e moralmente, che l’economia più importante del pianeta avesse (abbia) oltre 50 milioni di individui (quelli regolari, ovviamente, al netto di tutti i clandestini che ci sono nel territorio americano) che non fossero (siano) in possesso di un’assicurazione sanitaria nel 2008 e quindi non  accesso alle cure mediche. E per quanto Barack Obama, il comunista, abbia introdotto una prima timida riforma sanitaria, sembra – a canadesi ed europei – semplicemente folle ritenere che la salute dei cittadini non sia un diritto dell’individuo ed un bene collettivo bensì una merce come l’altra e come tale affidarla al mercato e alla sua libera contrattazione.

Certo Romney parla a nuora perché suocera intenda, impegnato com’è nel confronto con gli altri suoi compagni-rivali di partito: ma non mi sembra così originale, come politica di destra, questo voler tornare a bei tempi e a continuare a ritenere il governo  il problema, come faceva Ronnie Reagan. Anche perché proprio i soldi pubblici, quelli che vengono negati per le riforme liberal, sono gli stessi che vengono invece invocati per non far chiudere le banche, principali responsabili dell’attuale crisi finanziaria., come ampiamente dimostrato nel settembre del 2008 quando con un’enorme trasfusione di sangue sono state evitate altre Lehman Bros.

Naturalmente a sinistra abbiamo la nostra bella dosa di colpe e di responsabilità ma la soluzione ai problemi economico-finanziari non sembra proprio quella di ampliare, più di quanto già non lo sia, la forbice fra ricchi e poveri, nella speranza che questi ultimi vivano comunque delle briciole dei primi.

p.s. Ultimamente il nostro Paese non passa certamente un grande momento di prestigio, sebbene il nuovo premier Monti ce la stia mettendo tutta per riabilitare il nome dell’Italia in ambito europeo ed internazionale, con evidenti risultati già ottenuti. Sono certo che, qualora (e non me lo auguro) Mitt Romney dovesse essere scelto come 45° US President il professor Monti e il presidente Napolitano, o i loro successori, nei loro incontri istituzionali, lo faranno ricredere delle sue pregiudiziali convinzioni.

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