Un pulpito ipocrita

Premesso che non amo molto la cronaca nera e che amo moltissimo gli Stati Uniti d’America, in special modo la California, New York, il Vermont (e che peccato non esser lì in questi giorni di Foliage!) e le storie dei Native Americans, è surreale che le lezioni di civiltà giuridiche siano arrivate proprio dai media americani, sull’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito dalle accuse per l’omicidio di Meredith Kercher.

Non perché i media americani non siano autorevoli: darei un braccio per poter lavorare per il New York Times. È che lo stesso rigore morale l’avrei voluto vedere nelle scorse settimane quando in Texas è stato mandato al patibolo un uomo, Troy Davis, in un caso in cui la dinamica non è così certa, dunque vi era qualche ragionevole dubbio. Lo stesso NYT si è espresso contro tale sentenza di morte, ma quante volte in USA viene mandato al patibolo un uomo povero, possibilmente di colore, con scarsissime prove indiziarie?

Perché come afferma Vittorio Zucconi sul suo blog si affligge in tal caso una pena assoluta, la morte, da parte di una giustizia umana che per definizione è relativa, “almeno fino a quando non inventeremo la tecnica per resuscitare i morti“.

Ora tutto questo in Italia non può accadere perché abbiamo abolito da tempo la pena di morte: tuttavia proprio i meccanismi di quella giustizia, che tanto hanno inorridito i media statunitensi che continuano ad alimentare la pretesa di aver il miglior sistema giudiziario del mondo, hanno portato all’assoluzione con formula piena, per non aver commesso il fatto,  dalle accuse di omicidio i due ragazzi coinvolti. Quel sistema italiano, così misterioso per i commentatori dei maggiori network americani, assetati di pubblicità e desiderosi di vendere succulenti commercials – coprendo grazie al fuso orario anche fasce televisive non molto appetibili, aveva evidentemente in sé tutte le procedure per poter arrivare ad una verità giudiziaria, e sottolineo giudiziaria, in tempi relativamente brevi.

Resta solo un’amara considerazione e riguarda la ricerca della verità, quella vera e non quella dimostrabile o meno in un’aula di giustizia. Vi è una ragazza inglese, Mez, che non c’è più e del suo omicidio rimane un unico colpevole che per inciso è povero e di colore e chissà quanto, nello show business americano ciò abbia influito per santificare Amanda e condannare tutti i cattivi di questa triste vicenda. Rimane ancora la consapevolezza, come scrive Zucconi, che la giustizia umana sia fortemente influenzata dalle possibilità economiche (non tutti si possono permettere Giulia Bongiorno, formidabile avvocato palermitano divenuta famosa durante il processo Andreotti a Palermo) e resta l’amarezza di non sapere non solo come ma soprattutto perché una giovane studentessa ventenne, amante del nostro Paese, sia ritornata nella sua isola dentro una bara e non scendendo dalla scaletta di un aereo.

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