Amnesie storiche

Soltanto una nazione che sembra aver perduto la propria memoria storica, di essere stata la culla della civiltà occidentale, quella che ha inventato il moderno diritto, che ha esportato ed integrato al proprio interno le culture dei conquistati e che ha la più bella Carta Costituzionale delle democrazie moderne (ripudiando la violenza come strumento di offesa nel tanto a sproposito citato articolo 11), può arrovellarsi in un dibattito sulla durata della pena a quel giovane estremista che ha sconvolto una delle più civili nazioni del mondo: la Norvegia.

Al di là delle stupide farneticazioni del leghista Borghezio (a proposito: ma il Carroccio non farebbe bene ad espellerlo dal partito per far sì che le scuse alla Norvegia da parte del ministro Calderoli siano più credibili? O forse le preferenze ottenute da questo pseudo politico sono troppo importanti per il partito di Bossi?) ciò che colpisce è il tono di molti quotidiani e commentatori, da Repubblica al Corriere, che sembrano stupiti dal fatto che la Norvegia non contempli una pena superiore ai 21 anni di detenzione, come se fossero quei 9 anni in più, per raggiungere i 30 previsti per il reato di “crimini contro l’umanità” che possano fare la differenza nella riabilitazione di un uomo, questo Breivik, che continua a sembrare totalmente indifferente a ciò che ha compiuto.

Il quotidiano di Via Solferino, inoltre, dedica alla prigione norvegese, dove sarà detenuto l’assassino, un servizio fotografico nel quale si pone in risalto che tale istituto correttivo si presenti quasi come un hotel a 5 stelle.

A me sembra che la tragedia scandinava abbia messo a dura prova la coscienza degli opinion makers italiani: non si riesce a comprendere infatti come i norvegesi non siano preda del desiderio di vendetta e di punizione esemplare che la maggior parte delle persone prova. Mi dispiace molto non riuscire a capire i quotidiani norvegesi (in norvegese) per capire meglio come essi – le vittime – stiano reagendo di fronte al processo che giudicherà l’imputato: sarebbe infatti una bella lettura per comprendere come tale nazione sia arrivata ad un principio giuridico elementare e che cioè lo Stato – vale a dire tutti noi, la comunità – deve possedere in sé gli anticorpi necessari affinché il giudizio non sia una vendetta e la pena non sia inutile e punitiva, poiché il compito di qualunque comunità è quello di riabilitare coloro che si sono macchiati anche del più terribile delitto.

Colpisce molto che in questo paese si dibatte sempre di sedicenti valori cristiani da valorizzare nel nostro ordinamento, spesso confondendo peccati e reati per compiacere il Vaticano e ottenere l’appoggio di vescovi e cardinali nelle ormai annuali scadenze elettorali,  e poi di fronte ad un principio cristianissimo, codificato nella cristiana Norvegia (le statistiche parlano di un 85 % circa di credenti appartenenti alla Chiesa di Norvegia, chiesa evangelico-luterana), che è quello della non vendetta e della riabilitazione di un colpevole di reato (in altre parole è la tanto predicata conversione del peccatore che già Cristo a suo tempo aveva ben compreso di difficile applicazione per gli esseri umani!), qualunque reato sia, lo si guardi con stupore ed incredulità, anziché con ammirazione.

Perché anche qui da noi, culla della civiltà greco-romana, dovremmo capire che dovrebbe essere normale che le carceri di un paese civile siano più vicine ad un hotel a 5 stella che a un lager nazista. E dovremmo tutti comprendere che lo Stato e la Magistratura non devono perseguire i reati con il criterio della vendetta bensì condotti soltanto dalla “sete di giustizia“, perché per riparare un torto non è necessario compierne un altro.

Che poi è quello che sta alla base dell’abolizione della pena di morte nel nostro Paese e in tutti i paesi dell’Unione Europea, del Canada, di alcuni stati degli Stati Uniti e di tanti altri moderni stati del mondo. Non si ripara alla morte di qualcuno procurando la morte dell’assassino, anche perché banalmente chi è stato assassinato non tornerebbe in vita lo stesso.

Perché se la giustizia fosse applicata così cesserebbe di esserlo e diventerebbe una mera macabra algebra.

 

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