La caciara

Tra molte espressioni romane che mi piacciono e che ahimè fanno ormai parte del mio lessico quotidiano ve ne è una che è – come dire – “antropologicamente” esplicativa:  “buttarla in caciara“. È un modo di dire che è in qualche modo imparentato con il napoletano “facimm’ ammuina” e con il siciliano “finiu a schifiu“.

In tutti e tre i casi la spiegazione di cosa voglia dire è tutta “antropologica“, contiene in sé infatti l’essenza stessa di essere romano, napoletano e siciliano. Infatti nello “schifiu” siciliano c’è una sorta di ineluttabilità del destino, con quel suo verbo coniugato alla forma impersonale “finiu“, quasi come se lo “schifiu” fosse una fine non cercata, non contrastata ma inevitabile. Come se un puparo muovesse i fili dei burattini. Nel detto napoletano invece c’è tutto l’estro dei partenopei, maestri nel prendere in giro e nel prendersi in giro, quasi come in un grande gioco delle tre carte con la vita stessa. E lo stesso verbo fare, coniugato alla prima persona plurale, indica una partecipazione diretta alla vita. Nella caciara romana invece c’è tutto il distacco dei romani e la loro insofferenza verso regole precostituite: sarà che Roma è stata sempre capitale, prima dell’Impero, poi del Papato e infine dello Stato unitario, e quindi in quel buttarla in caciara c’è l’insofferenza ad assumersi responsabilità in prima persona, quasi come se fosse meglio aspettare il condottiero di turno, sia esso imperatore, papa, sovrano o sindaco, che decidesse per i cittadini.

Ecco assistendo al surreale dibattito italiano sull’energia nucleare, sullo sfondo delle immagini terrificanti che arrivano dal Giappone, si ha la sensazione del voler sempre “buttarla in caciara“, per evitare di assumersi la responsabilità di azioni, pensieri, riflessioni.

Mentre tutto il mondo tecnologicamente più avanzato, nel quale dovremmo avere l’onore e l’onere di appartenere, si interroga sulla sicurezza delle centrali nucleari e sugli investimenti nel futuro verso altri tipi di forniture energetiche, in Italia riusciamo sempre a “buttarla in caciara“, in politica, a gridare più forte, per generare rumore di fondo e “distrarre la massa“. Tutti i governi dei paesi che hanno realizzato centrali nucleari si mostrano perplessi sulla necessità di continuare il ciclo di vita di taluni impianti ormai vetusti e di realizzarne di nuovi, il Governo italiano si mostra compatto ostentando una sicurezza incomprensibile ai più, specialmente alla luce di un incidente nucleare, a seguito di un fortissimo sisma, in un paese come il Giappone che ha nel proprio DNA la consapevolezza del suo dover convivere con sismi, cataclismi, tsunami. E che fa delle procedure di sicurezza antisismica una sorta di continua educazione per tutti i cittadini, sin dall’infanzia, quasi come se si svezzassero a pappe e esercitazioni.

Sì certo non bisogna reagire d’emozione di fronte a una tragedia così perché non si può tornare all’età della pietra,  ma almeno un po’ di riflessione critica senza attendere un sondaggio d’opinione sul futuro referendum (che poi c’è puntualmente stato e ha portato Silvio Berlusconi ad essere più cauto sul futuro del nucleare in Italia).

Non c’è bisogno di essere disfattisti o anti-italiani per affermare che in Italia il problema non è costruire le centrali nucleari bensì mantenerle in vita in sicurezza. E la sicurezza non è a mio avviso legata ad un eventuale stress antisismico ma alla capacità della nostra società – tutta – di realizzare un sistema di sicurezza per le centrali che sia scevro da condizionamenti mafiosi, che non badi al risparmio per massimizzare i profitti e che faccia una grande opera come si deve.

Ma ancora una volta il Governo, subito seguito dall’opposizione che cade sempre nei trappoloni mediatici dei loro colleghi di maggioranza, l’ha buttata in politica, in un permanente “ghe pensi mi“, privo di qualunque riflessione critica.

Ancora una volta la si butta in chiacchiere come se non fosse evidentissimo, a tutti i cittadini, che non si fa più una grande opera in Italia dai tempi in cui si costruirono i trafori alpini e l’autostrada del sole!

Tutte le altre grandi opere sono andate a rilento (basti pensare alla Salerno-Reggio Calabria, il ponte sullo Stretto di Messina, il MOSE di Venezia): insomma non si riescono a realizzare per tantissime ragioni. Pensiamo veramente di essere in grado di realizzare una decina di centrali atomiche con tutti i criteri di sicurezza previsti che rendano veramente minimi i rischi per la popolazione sia in termini di incidenti ai reattori che in termini di stoccaggio delle scorie? Ho fortissimi dubbi.

Nei giorni scorsi ho letto un’intervista a Jeremy Rifkin nella quale si parlava anche di decentrare la produzione di energia elettrica come forma di democrazia. Mi sono ripromesso di approfondire tale tematica ma mi sembra evidente che i colossi della produzione energetica in Italia storcono il naso. Il punto è che nel nostro Paese  questi stessi colossi sono dei soggetti privati nei quali l’azionista di maggioranza è lo Stato, attraverso il Tesoro, cioè l’Esecutivo.

È vero che siamo talmente avvezzi al conflitto di interesse da non accorgerci più di nulla ma è ovvio che le grandi aziende energetiche, ENI ed ENEL, non hanno alcun interesse a sviluppare ricerca e investimenti per nuove tecnologie, per rendere “democratico” l’approvvigionamento energetico. E quindi anche il Governo stesso (qualunque sia il suo colore) perché ha il compito di amministrare i conti pubblici e farli – possibilmente – quadrare.

Ma se in Italia ci fosse realmente una democrazia rappresentativa, e quindi non nominata, attraverso un Parlamento libero dai vincoli con l’Esecutivo, se non attraverso un libero voto di fiducia, e che esercitasse realmente il Potere Legislativo per il bene comune e senza vincolo di mandato, allora probabilmente si riuscirebbe almeno a riflettere, ad abbassare la voce, a esaminare i mille dubbi che l’energia dell’atomo si porta con sé da sempre, da quell’agosto del 1945 quando il mondo intero cambiò per sempre attraverso la distruzione di due città nipponiche, per quella forza catastrofica delle bombe atomiche.

Purtroppo lo stallo istituzionale nel quale siamo precipitati dal 2006, da quando la legge porcata fu approvata dal Parlamento, lasciando ai cittadini una sorta di televoto al posto della libera scelta del proprio rappresentante, ci impedisce di ragionare serenamente, anche di fronte ad una tragedia che man mano che la si guarda così da lontano fa sempre più paura.

Anche di fronte alle immagini che tutte le televisioni del pianeta trasmettono, ai tweet che arrivano da quelle isole così lontane, ai video amatoriali che hanno sconvolto le nostre menti, la nostra classe dirigente riesce a buttarla in caciara, in una sorta di referendum perenne e personale sulla figura di un personaggio che sarà importante, adorato e odiato da due metà opposte del Paese, ma è sempre una figura di passaggio.

Quando un Pontefice viene eletto gli si dice “sic transit gloria mundi“, per significare la transitorietà – rispetto all’eternità e all’Eterno – del soglio dal quale parlerà e dall’enorme peso della carica (si pensi al fatto che esiste adiacente alla Cappella Sistina la cosiddetta “stanza delle lacrime” ove centinaia di papi hanno sicuramente versato molte lacrime mentre preparavano loro l’abito talare bianco, riflettendo sull’enorme potere politico, mediatico, morale e religioso che stavano per assumere): forse dovremmo vederla così anche per Berlusconi. Prima o poi passerà, sarà a seguito di una sentenza di condanna, sarà nel 2013 alla fine della legislatura, sarà nel 2020 alla fine di un ipotetico primo mandato quirinalizio, sarà nel 2027 alla fine di un ipotetico ed irrituale (mai togliere limiti alla Provvidenza, no?) secondo mandato presidenziale. Facciamo rimanga a Palazzo Madama come senatore a vita decisivo almeno per tre anni! Insomma nel 2030, cioè fra 19 anni quando ad esempio mia figlia compirà 22 anni,  Silvio Berlusconi avrà 94 anni. Mi auguro si voglia godere gli ultimi 26 anni di vita (secondo la previsione – 120 anni – di don Verzè e di Scapagnini) e che avrà liberato l’Italia dalla caciara nella quale è stata precipitata. Nei libri di storia sarà il Presidente del Consiglio che avrà governato di più, sarà l’uomo politico attorno al quale l’Italia ha ballato per il più lungo lasso di tempo, ben più del Ventennio Fascista. L’era berlusconiana nel 2027 potrebbe compiere il suo 33° anno di vita: si può ritenere sufficiente? Credo di sì.

Ecco forse il PD, che pensa di essere un partito moderno ma che risulta l’altra parte di questa tragica commedia dell’arte che è diventata la politica italiana, potrebbe darsi un’agenda 2030. Avrebbe tutto il tempo per continuare a litigare al proprio interno, per organizzare una ultima e definitiva partita a scacchi tra Veltroni e D’Alema, per continuare a sbagliare la cominicazione e i messaggi, per cercare di capire che la forza di Berlusconi in 33 anni sarà stata in primis dovuta alla debolezza dell’opposizione.

Forse un’agenda 2030 sarebbe anche opportuna per un ragionamento serio sulle politiche energetiche: svincolati dai problemi di storiografia, ammettendo a priori che il nostro Paese ha ballato attorno a Berlusconi per un trentennio e consegnando agli storici (ora per allora, in maniera tale da poter realizzare quartieri, monumenti, stadi, ponti, ecc.) la figura irripetibile di Silvio Berlusconi, ci si potrebbe concentrare su che razza di mondo e di futuro consegnare, nel 2030, ai nostri figli.

Giusto per evitare “ca finisci a schifiu!

p.s. Full Disclosure: a scanso di equivoci, nel 1987, anno nel quale si celebrò il referendum antinucleare, avevo solo 15 anni e quindi non potevo votare. Ma se fossi stato maggiorenne avrei sicuramente votato di sì (al nucleare) perché si votò per la chiusura delle centrali nucleari senza una vera alternativa e senza – cosa ancor più grave – seria politica energetica. Come è finita ventanni dopo lo sappiamo anche grazie ai cables americani svelati da Wikileaks: abbiamo deciso di legarci stretti a regimi poco democratici e autocratici, a piccoli dittatorelli, che ci forniscono la nostra energia, rinunciando anche all’esercizio del dubbio, facoltà che distingue gli esseri umani dagli animali. Quindi non sono contro l’energia nucleare a priori, credo che sia obsoleta, anche nella sua versione ultramegasicura spacciata dall’ex ministro Scajola (lasciamo perdere il pulpito che è meglio!). Se si guardano senza lenti ideologiche i dati che illustrano la ripartizione della produzione di energia si evince come l’energia prodotta attraverso l’atomo sia marginale. Sarebbe opportuno quindi investire in ricerca e sviluppo di nuove e meno rischiosi fonti energetiche che continuare queste vecchie battaglie ideologiche del secolo scorso.  Anche perché non si capisce perché un paese come la Germania investa in impianti solari e fotovoltaici tanti ma tanti soldi – pur non avendo il nostro clima – e noi invece stiamo ancora a … buttarla in caciara!

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