Dolce moderno stil novo

Che tristezza vedere, anzi ascoltare, quotidianamente come si sia appiattita la nostra lingua italiana!

Quasi quotidianamente sento espressioni come “vuoto per pieno“, “piuttosto che“, “e quant’altro” e gli immancabili “ex ante” ed “ex post“.

Stamane mi è venuta la curiosità ascoltando proprio una conversazione telefonica dove un uomo confidava al suo interlocutore le proprie preoccupazioni per un progetto informatico su cui stava lavorando. “Vuoto per pieno” de che, mi sarebbe venuto da dire! Ecco la definizione di vuoto per pieno (da wikipedia):

“L’espressione vuoto per pieno indica in edilizia un modo di computo dei volumi o delle superfici, e si applica ad esempio al calcolo del costo dei lavori edili, sia in preventivo che in consuntivo, oppure a indicazioni di strumento urbanistico. Se viene applicato questo criterio, nel computo dei volumi o delle superfici e dei relativi costi di lavorazione, non si tiene conto delle aperture (porte, finestre, etc) ai fini del calcolo; in questo caso, ad esempio, una parete di 10 m di lunghezza e 3 m di altezza verrà misurata comunque come una superficie complessiva di 30 m² (3 m x 10 m), e questo a prescindere dalla presenza in essa di eventuali porte o finestre, sempre che queste siano in un numero e di dimensioni corrispondenti alla media tipologica edilizia diffusa nel contesto di riferimento. Il metodo vuoto per pieno riflette la considerazione che il minor materiale utilizzato e la minor superficie complessiva effettivamente lavorata, sono compensati dal maggior costo e tempo di lavorazione per esecuzioni aggiuntive (ad esempio i rientri e le cornici degli spigoli vivi delle aperture, le travature eventualmente necessarie sopra di esse, etc), dovendosi anche considerare l’interruzione di ritmo della normale lavorazione di superfici piane e il maggior spreco di materiale (calce, intonaco o elementi di struttura del muro come forati, blocchetti, pannelli in laterizio, carpenterie, etc). La convenzione di computo “v.p.p.” non è obbligatoria e dipende, ove pattuita, da apposita clausola contrattuale”.

Cosa sia il vuoto e cosa sia il pieno in un progetto informatico a me è ignoto.

Questa espressione è comunque secondo me la meno urticante.

Sicuramente non quanto i gettonatissimi “piuttosto che” e “quant’altro“. Anche l’Accademia della Crusca si è dovuta interessare a questi due casi! Il primo l’ho capito grazie ad un top manager che lavorava in una delle aziende dove ho prestato servizio nella mia vita lavorativa. Durante le prime convention anziendali non riuscivo proprio a capire cosa volesse dire con “piuttosto che“: “siamo in grado di competere con tizio piuttosto che con caio“. Poi osservavo le slide e mi rendevo conto che in realtà si stava competetendo sia con tizio che con caio e che quindi questo “piuttosto che” veniva usato per dire semplicemente  …. oppure!

L’altra espressione, abusatissima specialmente in politica, è “e quant’altro“: francamente non ho mai capito cosa si volesse dire. La Crusca a tal proposito pubblica un post molto interessante:

L’uso è lecito, l’abuso criticabile. Nel caso di abuso mi pare che si tratti di un vezzo per produrre un accrescimento verboso. Se uno mi dice: “ti ho inviato il pane e quant’altro”, (sottintendendo il resto che era inviabile) sono ragionevolmente indotto a pensare che mi ha mandato anche il companatico. Ma se uno mi fa un elenco di cose e poi, in finale, mi spara “quant’altro” mi vien da chiedermi: “che cosa altro?”. Ed anche il “piuttosto” è usabile, ma sempre “cum grano salis”.

A me sembra che si usi questo “quant’altro” tanto per dire “eccetera“, senza preoccuparsi minimamente se ci sia o meno dell’altro effettivamente elencabile! Ma non si potrebbe usare eccetera? Troppo comune? Troppo fuori moda?

Il massimo è dato dai due termini “consulenziali” per eccellenza “ex ante” e “ex post“: non ho nulla contro il latino, ma è possibile che in ogni presentazione, convegno, conferenza debba sempre esserci un “ex ante” e un “ex post“?

E per amor patrio non voglio nemmeno menzionare quanti siano gli anglicismi, probabilmente ormai inevitabili e dovuti maggiormente al linguaggio ormai globale di internet, e l’orrendo “proattivo” che ce lo ritroviamo in ogni valutazione del personale (quante volte sono stato invitato a essere proattivo!) e progettuale che si rispetti!

Bisogna essere “proattivi”, avere un atteggiamento “proattivo” …

Va bene, d’accordo. Voglio avere un atteggiamento proattivo, ma almeno spiegatemi: attivo “pro” cosa?

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